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lunedì 1 giugno 2015

Vittorio Emanuele II, G. Garibaldi, il Conte di Cavour e G. Mazzini: quando la storia viene manipolata...

Il primo gennaio 1961 - cento anni dopo la proclamazione dell'unità d'Italia - la "Domenica del Corriere", settimanale per famiglie che godeva allora di un'altissima diffusione, uscì con questa emozionante "foto di famiglia" in copertina.
Si trattava di un dipinto di Walter Molino, notissimo pittore e caricaturista, che presentava i protagonisti del Risorgimento (Vittorio Emanuele II, G. Garibaldi, il Conte di Cavour e G. Mazzini), nell'atteggiamento concorde e ispirato di chi sta costruendo la storia della Patria. Questo almeno era il messaggio che nel centenario dell'unità si voleva trasmettere.
La realtà era notevolmente diversa.
In primo luogo si deve osservare che Mazzini in quella compagnia non avrebbe certo trovato posto. Egli infatti era stato costretto a vivere praticamente per tutta la vita in esilio, passando dalla Svizzera alla Francia all'Inghilterra a causa delle sue dottrine politiche apertamente rivoluzionarie e - soprattutto - avverse ad ogni forma di monarchia. Per questo i tribunali del Regno di Piemonte e Sardegna lo avevano colpito, in contumacia, con ben due condanne a morte.
In quelle circostanze storiche, anche la situazione di G. Garibaldi non era particolarmente rosea. Costretto nel 1849 ad abbandonare il breve esperimento della Repubblica romana e protagonista di una fuga rocambolesca (durante la quale era morta la moglie Anita), Garibaldi aveva concepito l'impresa dei Mille anche nella prospettiva di una rivincita nei confronti dello Stato della Chiesa. Nelle sue intenzioni, infatti, l'abbattimento della monarchia borbonica doveva essere una prima tappa sulla via che lo avrebbe condotto a Roma e gli avrebbe consentito di abbattere il potere temporale del Papa. Ma Vittorio Emanuele II (che non aveva alcuna intenzione di entrare in conflitto frontale con i cattolici), non apprezzò l'audacia del condottiero delle camicie rosse e lo costrinse ad arrestare le sua marcia verso Roma. In segno di protesta Garibaldi si ritiò in vontario esilio a Caprera e anch'egli, quindi, ben difficilmente avrebbe trovato posto in una amena riunione conviviale. Bisogna aggiungere che nel 1862 l'indomito Garibaldi, al grido di "Roma o morte", avrebbe marciato di nuovo, alla guida di un gruppo di volontari, contro i territori del papa. Questa volta la reazione di Vittorio Emanuele II - ormai re d'Italia - fu assai più decisa e l'impresa di Garibaldi fu stroncata sul nascere da un intervento dell'esercito italiano che addirittura usò le armi ferendo Garibaldi ad una gamba. L'eroe, idolatrato dall'Italia intera, fu ancora una volta costretto a ritirarsi nell'amata isola di Caprera. 

Il Conte di Cavour, dal canto suo, aveva come punto di riferimento fondamentale per lo sviluppo del suo disegno politico un liberalismo fortemente anticlericale,  l'eliminazione della presenza austriaca nel Nord Italia, lo stabilirsi di rapporti economici e politici sempre più stretti fra i Piemonte e le grandi potenze europee. Non per nulla, ben prima di pensare a vie di comunicazione fra il Nord e il Sud Italia, il Conte di Cavour sostenne l'opportunità di costruire un tunnel ferroviario fra il Piemonte e la Francia (la galleria del Fréjus), la cui realizzazione iniziò nel 1857 (tre anni prima della morte dello statista piemontese), e si concluse nel 1870.