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domenica 31 maggio 2020

La giornata di Luigi XIV (il "Re Sole")

Prima del 1682, il palazzo in cui risiedeva il re di Francia era quello del Louvre, in pieno centro di Parigi, mentre ogni aristocratico disponeva di una propria residenza. 
Luigi XIV ordinò la costruzione di una nuova amplissima sede reale situata a Versailles,  un borgo di circa 6.000 abitanti, situato a circa 25 km di distanza dalla capitale. Lo scopo che il sovrano si prefiggeva era quello di allontanare i nobili dai loro feudi, obbligarli ad abitare nello stesso luogo e quindi tenerli più facilmente sotto controllo. 
Gli edifici della nuova reggia occupano più di 60mila metri quadrati, i laghetti e gli spazi verdi destinati alle passeggiate degli aristocratici ma anche all'irrinunciabile passatempo della caccia si estendono su circa 8mila ettari. Ogni giorno i membri della corte sono obbligati a partecipare insieme al sovrano alle iniziative in programma giorno per giorno, dalle cavalcate alle escursioni in barca sugli specchi d'acqua. 
Scriveva il filosofo Henri de Saint Simon, a proposito della giornata di Luigi XIV:   "Con un calendario e un orologio si poteva dire con esattezza, anche stando a decine di chilometri di distanza, che cosa facesse il re in quel momento".
Il re veniva svegliato alle 8.30 in punto dal Primo Cameriere Personale. Gli ufficiali di camera lo vestivano. Si passava alla colazione, cui assistevano circa cento persone severamente selezionate per godere dello spettacolo.  Alle 10 era prevista la messa. 
Perché Parquet - doser
Versailles: la galleria degli specchi
Nella Galleria degli specchi si formava un corteo di aristocratici. Nella cappella di Versailles si svolgeva la funzione religiosa. Verso le 11 Luigi XIV assisteva alle riunioni ristrette dei ministri, alla fine delle quali egli comunicava le sue decisioni.
Alle 13 era previsto il pranzo, al quale assistevano tutti i membri della corte. Nel pomeriggio, sempre accompagnato dai cortigiani e dalle dame di corte, il re passeggiava nell'immenso parco di Versailles o si dedicava alla caccia. Verso le 18, nuova riunione con gli alti funzionari.
Alle 22 era prevista la cena solenne, che si svolgeva su una sorta di palcoscenico, di fronte a un folto pubblico. Numerose erano le portate, ma il re si limitava ad assaggiare qualche boccone di ognuna di esse.  Alle 23.30, sempre con la partecipazione di cortigiani e valletti, il sovrano si coricava.
La vita del re era di fatto un ininterrotto spettacolo. Questa  scelta lo condannava a poter godere di pochi momenti di effettiva riservatezza ma al tempo stesso lo poneva su un piedestallo, trasformandolo  in una sorta di divinità onnipresente e onnisciente. 
Mentre Luigi XIV visse fino a 77 anni,  i suoi sei figli legittimi morirono tutti prima lui, e lo stesso accadde a nove dei suoi sedici figli illegittimi.
Il trono passò al pronipote duca d'Angiò. che assunse il nome di Luigi XV.

lunedì 1 giugno 2015

Vittorio Emanuele II, G. Garibaldi, il Conte di Cavour e G. Mazzini: quando la storia viene manipolata...

Il primo gennaio 1961 - cento anni dopo la proclamazione dell'unità d'Italia - la "Domenica del Corriere", settimanale per famiglie che godeva allora di un'altissima diffusione, uscì con questa emozionante "foto di famiglia" in copertina.
Si trattava di un dipinto di Walter Molino, notissimo pittore e caricaturista, che presentava i protagonisti del Risorgimento (Vittorio Emanuele II, G. Garibaldi, il Conte di Cavour e G. Mazzini), nell'atteggiamento concorde e ispirato di chi sta costruendo la storia della Patria. Questo almeno era il messaggio che nel centenario dell'unità si voleva trasmettere.
La realtà era notevolmente diversa.
In primo luogo si deve osservare che Mazzini in quella compagnia non avrebbe certo trovato posto. Egli infatti era stato costretto a vivere praticamente per tutta la vita in esilio, passando dalla Svizzera alla Francia all'Inghilterra a causa delle sue dottrine politiche apertamente rivoluzionarie e - soprattutto - avverse ad ogni forma di monarchia. Per questo i tribunali del Regno di Piemonte e Sardegna lo avevano colpito, in contumacia, con ben due condanne a morte.
In quelle circostanze storiche, anche la situazione di G. Garibaldi non era particolarmente rosea. Costretto nel 1849 ad abbandonare il breve esperimento della Repubblica romana e protagonista di una fuga rocambolesca (durante la quale era morta la moglie Anita), Garibaldi aveva concepito l'impresa dei Mille anche nella prospettiva di una rivincita nei confronti dello Stato della Chiesa. Nelle sue intenzioni, infatti, l'abbattimento della monarchia borbonica doveva essere una prima tappa sulla via che lo avrebbe condotto a Roma e gli avrebbe consentito di abbattere il potere temporale del Papa. Ma Vittorio Emanuele II (che non aveva alcuna intenzione di entrare in conflitto frontale con i cattolici), non apprezzò l'audacia del condottiero delle camicie rosse e lo costrinse ad arrestare le sua marcia verso Roma. In segno di protesta Garibaldi si ritiò in vontario esilio a Caprera e anch'egli, quindi, ben difficilmente avrebbe trovato posto in una amena riunione conviviale. Bisogna aggiungere che nel 1862 l'indomito Garibaldi, al grido di "Roma o morte", avrebbe marciato di nuovo, alla guida di un gruppo di volontari, contro i territori del papa. Questa volta la reazione di Vittorio Emanuele II - ormai re d'Italia - fu assai più decisa e l'impresa di Garibaldi fu stroncata sul nascere da un intervento dell'esercito italiano che addirittura usò le armi ferendo Garibaldi ad una gamba. L'eroe, idolatrato dall'Italia intera, fu ancora una volta costretto a ritirarsi nell'amata isola di Caprera. 

Il Conte di Cavour, dal canto suo, aveva come punto di riferimento fondamentale per lo sviluppo del suo disegno politico un liberalismo fortemente anticlericale,  l'eliminazione della presenza austriaca nel Nord Italia, lo stabilirsi di rapporti economici e politici sempre più stretti fra i Piemonte e le grandi potenze europee. Non per nulla, ben prima di pensare a vie di comunicazione fra il Nord e il Sud Italia, il Conte di Cavour sostenne l'opportunità di costruire un tunnel ferroviario fra il Piemonte e la Francia (la galleria del Fréjus), la cui realizzazione iniziò nel 1857 (tre anni prima della morte dello statista piemontese), e si concluse nel 1870.

domenica 17 maggio 2015

I giudizi sintetici a priori


Immanuel Kant


Kant afferma che ogni conoscenza è il frutto di una sintesi tra un elemento extrasoggettivo derivante dall'esperienza (la materia) e di un elemento soggettivo indipendente dall'esperienza (la forma). 
Affermare che alla formazione di un giudizio concorrano  forme soggettive a priori, cioè non derivanti dall'esperienza, non deve far pensare che nel soggetto esista qualcosa di analogo  alle idee innate di Cartesio. Quando Kant parla di forme soggettive a priori indica solamente il modo di funzionare della nostra attività conoscitiva, il nostro modo di dare ordine al materiale proveniente dal mondo esterno. 
La capacità di pronunciare giudizi sintetici a priori caratterizza tutti gli esseri umani: tutti sono dotati della sensibilità, tutti sono dotati dell'innata capacità di operare sui dati provenienti dalla sensibilità per ricavarne conoscenze che vanno al di là delle pure sensazioni.
Nella "Critica della ragion pura", così scrive Kant:

Senza sensibilità nessun oggetto ci sarebbe dato, e senza intelletto nessun oggetto sarebbe pensato. I pensieri senza contenuto sono vuoti, le intuizioni senza concetti sono cieche.
Intelletto e sensibilità non possono scambiarsi le loro funzioni. L'intelletto non può intuire nulla, nè i sensi nulla pensare. La conoscenza non può scaturire se non dalla loro unione. Ma non per ciò si devono confondere le loro parti; poiché, anzi, si ha grande ragione di separarle accuratamente e di tenerle distinte.
A questo proposito, Kant adduce due esempi:
In tutti i cambiamenti del mondo corporeo la quantità della materia resta invariata; in ogni trasmissione di movimento l'azione e la reazione saranno sempre uguali fra loro. In entrambe le proposizioni non è soltanto chiara la loro necessità, e pertanto la loro origine a priori ma è chiaro altresì che sono proposizioni sintetiche. Giacchè nel concetto della materia io non penso la permanenza, ma solo la sua presenza nello spazio, in quanto lo riempie. Perciò io oltrepasso realmente il concetto della materia, per aggiungervi a priori qualche cosa che in quel concetto non pensavo. La proposizione, dunque, non è analitica ma sintetica, e tuttavia pensata a priori; e lo stesso si dica delle altre proposizioni della parte pura della fisica.

giovedì 5 dicembre 2013

L.B. Alberti: costruire la propria sorte



Leon Battista Alberti (1404-1472), umanista, architetto, filosofo, ebbe interessi ampi e profondi. Da buon rinascimentale, era profondamente convinto del fatto che su ogni individuo gravi la responsabilità  di costruire la propria sorte. Ciò è limpidamente espresso in questa sentenza (nella lettura, si deve tener conto del fatto che "fortuna" significa "sorte"):

Vedo che da molti la fortuna è spesso senza vera cagione incolpata e scorgo molti,  finiti in situazioni sinistre per loro stoltezza, incolpare la fortuna e dolersi di essere travolti dalle sue violentissime onde nelle quali, scioccamente, da soli si sono tuffati. E così molti inetti attribuiscono alle altrui azioni la causa dei propri errori.


domenica 16 dicembre 2012

Machiavelli: chi governa deve essere temuto ma non odiato (Il Principe - cap.17)



De crudelitate et pietate; et an sit melius amari quam timeri, vel e contra.
Della crudeltà e pietà e s'elli è meglio esser amato che temuto, o più tosto temuto che amato

Nota: seguendo uno schema per lui abituale, Machiavelli inizia le sue considerazioni presentando ciò che apparentemente sarebbe desiderabile e conclude con la descrizione di ciò che è concretamente necessario, in relazione alle condizioni storiche e sociali in cui il principe deve operare.

Scendendo appresso alle altre preallegate qualità, dico che ciascuno principe debbe desiderare di essere tenuto pietoso e non crudele: non di manco debbe avvertire di non usare male questa pietà. 

Nota: chiunque - secondo Machiavelli - può ritenere che sia preferibile essere amati piuttosto che temuti, ma un principe che si comporti con severità può garantire la sicurezza dei cittadini meglio di un principe tollerante, che lascia dilagare disordini e tumulti: alla fine il primo sarà ritenuto miglior governante rispetto al secondo; a questo proposito, egli presenta l'esempio di Cesare Borgia, ritenuto crudele ma dimostratosi capace di assicurare la pace al popolo romagnolo.

Era tenuto Cesare Borgia crudele; non di manco quella sua crudeltà aveva racconcia la Romagna, unitola, ridottola in pace et in fede. Il che se si considerrà bene, si vedrà quello essere stato molto più pietoso che il populo fiorentino, il quale, per fuggire el nome del crudele, lasciò destruggere Pistoia. 

Nota: il principe non deve preoccuparsi di essere ritenuto crudele se ciò gli consente di assicurare la pace ai sudditi, poiché con pochi esempi di severità potrà mantenere in pace il suo popolo, e ciò sarà preferibile alla situazione in cui il disordine sociale dilaga.

Debbe, per tanto, uno principe non si curare della infamia di crudele, per tenere e' sudditi sua uniti et in fede; perché, con pochissimi esempli sarà più pietoso che quelli e' quali, per troppa pietà, lasciono seguire e' disordini, di che ne nasca occisioni o rapine: perché queste sogliono offendere una universalità intera, e quelle esecuzioni che vengono dal principe offendono uno particulare. Et intra tutti e' principi, al principe nuovo è impossibile fuggire el nome di crudele, per essere li stati nuovi pieni di pericoli. E Virgilio, nella bocca di Didone, dice:

Res dura, et regni novitas me talia cogunt
Moliri, et late fines custode tueri.

Non di manco debbe essere grave al credere et al muoversi, né si fare paura da sé stesso, e procedere in modo temperato con prudenza et umanità, che la troppa confidenzia non lo facci incauto e la troppa diffidenzia non lo renda intollerabile.
Nasce da questo una disputa: s'elli è meglio essere amato che temuto, o e converso. Rispondesi che si vorrebbe essere l'uno e l'altro; ma perché elli è difficile accozzarli insieme, è molto più sicuro essere temuto che amato, quando si abbia a mancare dell'uno de' dua. 

Nota:  il principe non deve quindi esitare a governare con durezza: di fronte alla scelta fra l'essere amato e l'essere temuto, anche se sarebbe desiderabile ottenere ambedue i risultati, è sempre più sicura la seconda situazione, che garantisce nel medesimo tempo la sicurezza del principe e la sicurezza dello stato.

Perché delli uomini si può dire questo generalmente: che sieno ingrati, volubili, simulatori e dissimulatori, fuggitori de' pericoli, cupidi di guadagno; e mentre fai loro bene, sono tutti tua, ófferonti el sangue, la roba, la vita e' figliuoli, come di sopra dissi, quando il bisogno è discosto; ma, quando ti si appressa, e' si rivoltano. 

Nota:  non ci si può fidare - sostiene Machiavelli - della gratitudine dei sudditi. Gli uomini sono "tristi", ovvero pronti a tradire per opportunismo. La gratitudine verso il principe generoso si dimentica facilmente, il timore verso il principe severo è sempre presente: ed è il timore che consente al principe di guidare saldamente lo stato. 

E quel principe che si è tutto fondato in sulle parole loro, trovandosi nudo di altre preparazioni, rovina; perché le amicizie che si acquistano col prezzo, e non con grandezza e nobiltà di animo, si meritano, ma elle non si hanno, et a' tempi non si possano spendere. E li uomini hanno meno respetto a offendere uno che si facci amare, che uno che si facci temere; perché l'amore è tenuto da uno vinculo di obbligo, il quale, per essere li uomini tristi, da ogni occasione di propria utilità è rotto; ma il timore è tenuto da una paura di pena che non abbandona mai. 

Nota:  il principe deve comunque far sì che il timore non si trasformi in odio e deve quindi evitare l'eccessiva severità ma soprattutto evitare di mostrarsi avido verso le proprietà dei sudditi, poiché - e qui il realismo di Machiavelli sconfina nel cinismo - gli uomini sono più affezionati al proprio denaro che al proprio padre .

Debbe non di manco el principe farsi temere in modo, che, se non acquista lo amore, che fugga l'odio; perché può molto bene stare insieme esser temuto e non odiato; il che farà sempre, quando si astenga dalla roba de' sua cittadini e de' sua sudditi, e dalle donne loro: e quando pure li bisognasse procedere contro al sangue di alcuno, farlo quando vi sia iustificazione conveniente e causa manifesta; ma, sopra tutto, astenersi dalla roba d'altri; perché li uomini si dimenticano più presto la morte del padre che la perdita del patrimonio.


martedì 11 dicembre 2012

Un passo da: "La logique ou l'art de penser" di Antoine Arnaud et Pierre Nicole



... 

Si crede che sia vergognoso dubitare e ignorare e si preferisce parlare e decidere a caso piuttosto che riconoscere che non si è abbastanza informati sulle cose per poter esprimere un giudizio. Noi tutti siamo pieni di ignoranza e di errori e tuttavia non c'è nulla di più difficile che tirar fuori dalla bocca degli uomini questa confessione così giusta e così conforme alla loro condizione naturale: "mi sbaglio" e "non ne so nulla".


lunedì 16 aprile 2012

Immanuel Kant: Risposta alla domanda: che cos' é l'illuminismo?




Nel 1784 il mensile berlinese “Berlinische Monatsschrift” pone agli intellettuali tedeschi una domanda: “Che cosa è l'illuminismo?” (Was ist Aufklärung?).
Questo lo scopo dichiarato: “Illuminare noi e i nostri concittadini. Il rischiaramento di una città grande come Berlino presenterà ostacoli; se però essi sono rimossi, la luce si propagherà non soltanto in provincia, ma anche nell'intero paese. E quanto felici noi saremmo se anche soltanto alcune scintille qui prodotte diffondessero con il tempo una luce sull'intera Germania nostra patria comune!”.
Nel dicembre 1784 Immanuel Kant pubblicò sulla stessa rivista la celebre “Risposta alla domanda: Che cosa è l'illuminismo?”.


L' illuminismo é l' uscita dell' uomo dallo stato di minorità che egli deve imputare a se stesso. Minorità é l' incapacità di servirsi del proprio intelletto senza la guida di un altro. Imputabile a se stessi é questa minorità se la causa di essa non dipende da difetto di intelligenza, ma dalla mancanza di decisione e del coraggio di servirsi del proprio intelletto senza essere guidati da un altro. Sapere aude ! Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza ! - é dunque il motto dell' illuminismo. La pigrizia e la viltà sono le cause per cui tanta parte degli uomini, dopo che la natura li ha da lungo tempo affrancati dall' eterodistinzione ( naturaliter maiorennes ), tuttavia rimangono volentieri minorenni per l' intera vita; e per cui riesce tanto facile agli altri erigersi a loro tutori. E' tanto comodo essere minorenni ! Se ho un libro che pensa per me,un direttore spirituale che ha coscienza per me, un medico che decide per me sulla dieta che mi conviene, ecc., io non ho più bisogno di darmi pensiero da me. Purchè io sia in grado di pagare, non ho bisogno di pensare: altri si assumeranno per me questa noiosa occupazione.
[…]
E' dunque difficile per ogni singolo uomo districarsi dalla minorità che per lui é diventata pressochè una seconda natura. E' giunto perfino ad amarla, e attualmente é davvero incapace di servirsi del suo proprio intelletto, non essendogli mai stato consentito di metterlo alla prova. Regole e formule, questi strumenti meccanici di un uso razionale o piuttosto di un abuso delle sue disposizioni naturali, sono i ceppi di una eterna minorità. Anche chi da essi riuscisse a sciogliersi, non farebbe che un salto malsicuro sia pure sopra i più angusti fossati, poichè non sarebbe allenato a siffatti liberi movimenti. Quindi solo pochi sono riusciti, con l' educazione del proprio spirito, a districarsi dalla minorità e tuttavia a camminare con passo sicuro. Che invece un pubblico si illumini da sè é cosa maggiormente possibile; e anzi, se gli si lascia la libertà, é quasi inevitabile. In tal caso infatti si troveranno sempre, perfino fra i tutori ufficiali della grande folla, alcuni liberi pensatori che, dopo aver scosso da sè il giogo della tutela, diffonderanno il sentimento della stima razionale del proprio valore e della vocazione di ogni uomo a pensare da sè.
[…]
A questo rischiaramento non occorre altro che la libertà ; e precisamente la più inoffensiva di tutte le libertà , quella cioè di fare pubblico uso della propria ragione in tutti i campi. Ma da tutte le parti odo gridare : ma non ragionate ! L' ufficiale dice : non ragionate, ma fate esercitazioni militari ! L' intendente di finanza : non ragionate , ma pagate ! L' ecclesiastico: non ragionate, ma credete ! (C' è solo un unico signore al mondo che dice : ragionate quanto volete e su tutto ciò che volete, ma obbedite!) Qui v' è, dovunque, limitazione della libertà! Ma quale limitazione è d' ostacolo all' illuminismo, e quale non lo è, anzi lo favorisce? Io rispondo : il pubblico uso della propria ragione deve essere libero in ogni tempo , ed esso solo può attuare il rischiaramento tra gli uomini ; invece l' uso privato della ragione può assai di frequente subire strette limitazioni senza che il progresso del rischiaramento ne venga particolarmente ostacolato . Intendo per uso pubblico della propria ragione l' uso che uno ne fa, come studioso , davanti all' intero pubblico dei lettori . Chiamo invece uso privato della ragione quello che ad un uomo è lecito farne in un certo ufficio o funzione civile di cui egli è investito . Ora per molte operazioni che attengono all' interesse della comunità è necessario un certo meccanismo , per cui alcuni membri di essa devono comportarsi in modo puramente passivo onde mediante un' armonia artificiale il governo induca costoro a concorrere ai fini comuni o almeno a non contrastarli . Qui ovviamente non è consentito ragionare, ma si deve obbedire. Ma in quanto nello stesso tempo questi membri della macchina governativa considerano se stessi come membri di tutta la comunità e anzi della società cosmopolitica, e si trovano quindi nella qualità di studiosi che con gli scritti si rivolgono a un pubblico nel senso proprio della parola, essi possono certamente ragionare senza ledere con ciò l'attività cui sono adibiti come membri parzialmente passivi . Così sarebbe assai pernicioso che un ufficiale, cui fu dato un ordine dal suo superiore , volesse in servizio pubblicamente ragionare sull' opportunità e utilità di questo ordine : egli deve obbedire . Ma è iniquo impedirgli in qualità di studioso di fare le sue osservazioni sugli errori commessi nelle operazioni di guerra e di sottoporle al giudizio del suo pubblico. Il cittadino non può rifiutarsi di pagare i tributi che gli sono imposti ; e un biasimo inopportuno di tali imposizioni , quando devono essere da lui eseguite, può anzi venir punito come uno scandalo (poiché potrebbe indurre a disubbidienze generali). Tuttavia costui non agisce contro il dovere del cittadino se, come studioso manifesta apertamente il suo pensiero sulla sconvenienza o anche sull' ingiustizia di queste imposizioni. Così un ecclesiastico é tenuto a insegnare il catechismo agli allievi e alla sua comunità religiosa secondo il credo della Chiesa da cui dipende, perchè a questa condizione egli é stato assunto : ma come studioso egli ha piena libertà e anzi il compito di comunicare al pubblico tutti i pensieri che un esame severo e benintenzionato gli ha suggerito circa i difetti di quel credo , nonchè le sue proposte di riforma della religione e della Chiesa. In ciò non v' é nulla di cui la coscienza possa venir incolpata.
[…]
Se ora si domanda: viviamo noi attualmente in un' età illuminata ? allora la risposta é: no, bensì in un' età di illuminismo. Che nella situazione attuale gli uomini presi in massa siano già in grado, o anche solo possano essere posti in grado di valersi sicuramente e bene del loro proprio intelletto nelle cose della religione , senza la guida d' altri , é una condizione da cui siamo ancora molto lontani. Ma che ad essi , adesso , sia comunque aperto il campo per lavorare ed emanciparsi verso tale stato , e che gli ostacoli alla diffusione del generale rischiaramento o all' uscita dalla minorità a loro stessi imputabile a poco a poco diminuiscano , di ciò noi abbiamo invece segni evidenti . A tale riguardo quest' età é l' età dell' illuminismo , o il secolo di Federico . Un principe che non crede indegno di sè dire che considera suo dovere non prescrivere nulla agli uomini nelle cose di religione , ma lasciare loro in ciò piena libertà , e che quindi respinge da sè anche il nome orgoglioso della tolleranza, é egli stesso illuminato e merita dal mondo e dalla posterità riconoscenti di esser lodato come colui che per primo emancipò il genere umano dalla minorità , almeno da parte del governo, e lasciò libero ognuno di valersi della sua propria ragione in tutto ciò che é affare di coscienza. Sotto di lui venerandi ecclesiastici , senza pregiudizio del loro dovere d' ufficio, possono liberamente e pubblicamente , in qualità di studiosi , sottoporre all' esame del mondo i loro giudizi e le loro vedute che qua e là deviano dal credo tradizionale ; e tanto più può farlo chiunque non é limitato da un dovere d' ufficio .
[…]
Gli uomini si adoperano da sè per uscire a poco a poco dalla barbarie, purchè non si ricorra ad artificiosi strumenti per mantenerli in essa . Ho posto particolarmente nelle cose di religione il punto culminante del rischiaramento, cioè dall' uscita dell' uomo dallo stato di minorità che egli deve imputare a se stesso; riguardo alle arti e alle scienze, infatti, i nostri reggitori non hanno alcun interesse a esercitare la tutela sopra i loro sudditi . Inoltre la minorità in cose di religione é fra tutte le forme di minorità la più dannosa ed anche la più umiliante . Ma il modo di pensare di un sovrano che favorisce quel tipo di rischiaramento va ancora oltre, poichè egli vede che perfino nei riguardi della legislazione da lui statuita non si corre pericolo a permettere ai sudditi da fare uso pubblico della loro ragione e di esporre pubblicamente al mondo le loro idee sopra un migliore assetto della legislazione stessa, perfino criticando apertamente quella esistente . Abbiamo in ciò un fulgido esempio, e anche in ciò nessun monarca ha superato quello che noi veneriamo . Ma é pur vero che solo chi, illuminato egli stesso, non ha paura delle ombre e contemporaneamente dispone a garanzia della pubblica pace di un esercito numeroso e ben disciplinato, può enunciare ciò che invece una repubblica non può arrischiarsi a dire : ragionate quanto volete e su tutto ciò che volete ; solamente obbedite ! Si rivela qui uno strano inatteso corso delle cose umane ; come del resto anche in altri casi , a considerare questo corso in grande , quasi tutto in esso appare paradossale . Un maggiore grado di libertà civile sembra favorevole alla libertà dello spirito del popolo , epperò pone ad essa limiti invalicabili ; un grado minore di libertà civile , al contrario , offre allo spirito lo spazio per svilupparsi con tutte le sue forze . Se dunque la natura ha sviluppato sotto questo duro involucro il germe di cui essa prende la più tenera cura , cioè la tendenza e vocazione al libero pensiero, questa tendenza e vocazione gradualmente reagisce sul modo di sentire del popolo (per cui questo, a poco a poco, diventa sempre più capace della libertà di agire), e alla fine addirittura sui principi del governo il quale trova che é nel proprio vantaggio trattare l' uomo, che ormai é più che una macchina, in modo conforme alla di lui dignità .
Königsberg in Prussia , 30 settembre 1784