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lunedì 16 aprile 2012

Immanuel Kant: Risposta alla domanda: che cos' é l'illuminismo?




Nel 1784 il mensile berlinese “Berlinische Monatsschrift” pone agli intellettuali tedeschi una domanda: “Che cosa è l'illuminismo?” (Was ist Aufklärung?).
Questo lo scopo dichiarato: “Illuminare noi e i nostri concittadini. Il rischiaramento di una città grande come Berlino presenterà ostacoli; se però essi sono rimossi, la luce si propagherà non soltanto in provincia, ma anche nell'intero paese. E quanto felici noi saremmo se anche soltanto alcune scintille qui prodotte diffondessero con il tempo una luce sull'intera Germania nostra patria comune!”.
Nel dicembre 1784 Immanuel Kant pubblicò sulla stessa rivista la celebre “Risposta alla domanda: Che cosa è l'illuminismo?”.


L' illuminismo é l' uscita dell' uomo dallo stato di minorità che egli deve imputare a se stesso. Minorità é l' incapacità di servirsi del proprio intelletto senza la guida di un altro. Imputabile a se stessi é questa minorità se la causa di essa non dipende da difetto di intelligenza, ma dalla mancanza di decisione e del coraggio di servirsi del proprio intelletto senza essere guidati da un altro. Sapere aude ! Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza ! - é dunque il motto dell' illuminismo. La pigrizia e la viltà sono le cause per cui tanta parte degli uomini, dopo che la natura li ha da lungo tempo affrancati dall' eterodistinzione ( naturaliter maiorennes ), tuttavia rimangono volentieri minorenni per l' intera vita; e per cui riesce tanto facile agli altri erigersi a loro tutori. E' tanto comodo essere minorenni ! Se ho un libro che pensa per me,un direttore spirituale che ha coscienza per me, un medico che decide per me sulla dieta che mi conviene, ecc., io non ho più bisogno di darmi pensiero da me. Purchè io sia in grado di pagare, non ho bisogno di pensare: altri si assumeranno per me questa noiosa occupazione.
[…]
E' dunque difficile per ogni singolo uomo districarsi dalla minorità che per lui é diventata pressochè una seconda natura. E' giunto perfino ad amarla, e attualmente é davvero incapace di servirsi del suo proprio intelletto, non essendogli mai stato consentito di metterlo alla prova. Regole e formule, questi strumenti meccanici di un uso razionale o piuttosto di un abuso delle sue disposizioni naturali, sono i ceppi di una eterna minorità. Anche chi da essi riuscisse a sciogliersi, non farebbe che un salto malsicuro sia pure sopra i più angusti fossati, poichè non sarebbe allenato a siffatti liberi movimenti. Quindi solo pochi sono riusciti, con l' educazione del proprio spirito, a districarsi dalla minorità e tuttavia a camminare con passo sicuro. Che invece un pubblico si illumini da sè é cosa maggiormente possibile; e anzi, se gli si lascia la libertà, é quasi inevitabile. In tal caso infatti si troveranno sempre, perfino fra i tutori ufficiali della grande folla, alcuni liberi pensatori che, dopo aver scosso da sè il giogo della tutela, diffonderanno il sentimento della stima razionale del proprio valore e della vocazione di ogni uomo a pensare da sè.
[…]
A questo rischiaramento non occorre altro che la libertà ; e precisamente la più inoffensiva di tutte le libertà , quella cioè di fare pubblico uso della propria ragione in tutti i campi. Ma da tutte le parti odo gridare : ma non ragionate ! L' ufficiale dice : non ragionate, ma fate esercitazioni militari ! L' intendente di finanza : non ragionate , ma pagate ! L' ecclesiastico: non ragionate, ma credete ! (C' è solo un unico signore al mondo che dice : ragionate quanto volete e su tutto ciò che volete, ma obbedite!) Qui v' è, dovunque, limitazione della libertà! Ma quale limitazione è d' ostacolo all' illuminismo, e quale non lo è, anzi lo favorisce? Io rispondo : il pubblico uso della propria ragione deve essere libero in ogni tempo , ed esso solo può attuare il rischiaramento tra gli uomini ; invece l' uso privato della ragione può assai di frequente subire strette limitazioni senza che il progresso del rischiaramento ne venga particolarmente ostacolato . Intendo per uso pubblico della propria ragione l' uso che uno ne fa, come studioso , davanti all' intero pubblico dei lettori . Chiamo invece uso privato della ragione quello che ad un uomo è lecito farne in un certo ufficio o funzione civile di cui egli è investito . Ora per molte operazioni che attengono all' interesse della comunità è necessario un certo meccanismo , per cui alcuni membri di essa devono comportarsi in modo puramente passivo onde mediante un' armonia artificiale il governo induca costoro a concorrere ai fini comuni o almeno a non contrastarli . Qui ovviamente non è consentito ragionare, ma si deve obbedire. Ma in quanto nello stesso tempo questi membri della macchina governativa considerano se stessi come membri di tutta la comunità e anzi della società cosmopolitica, e si trovano quindi nella qualità di studiosi che con gli scritti si rivolgono a un pubblico nel senso proprio della parola, essi possono certamente ragionare senza ledere con ciò l'attività cui sono adibiti come membri parzialmente passivi . Così sarebbe assai pernicioso che un ufficiale, cui fu dato un ordine dal suo superiore , volesse in servizio pubblicamente ragionare sull' opportunità e utilità di questo ordine : egli deve obbedire . Ma è iniquo impedirgli in qualità di studioso di fare le sue osservazioni sugli errori commessi nelle operazioni di guerra e di sottoporle al giudizio del suo pubblico. Il cittadino non può rifiutarsi di pagare i tributi che gli sono imposti ; e un biasimo inopportuno di tali imposizioni , quando devono essere da lui eseguite, può anzi venir punito come uno scandalo (poiché potrebbe indurre a disubbidienze generali). Tuttavia costui non agisce contro il dovere del cittadino se, come studioso manifesta apertamente il suo pensiero sulla sconvenienza o anche sull' ingiustizia di queste imposizioni. Così un ecclesiastico é tenuto a insegnare il catechismo agli allievi e alla sua comunità religiosa secondo il credo della Chiesa da cui dipende, perchè a questa condizione egli é stato assunto : ma come studioso egli ha piena libertà e anzi il compito di comunicare al pubblico tutti i pensieri che un esame severo e benintenzionato gli ha suggerito circa i difetti di quel credo , nonchè le sue proposte di riforma della religione e della Chiesa. In ciò non v' é nulla di cui la coscienza possa venir incolpata.
[…]
Se ora si domanda: viviamo noi attualmente in un' età illuminata ? allora la risposta é: no, bensì in un' età di illuminismo. Che nella situazione attuale gli uomini presi in massa siano già in grado, o anche solo possano essere posti in grado di valersi sicuramente e bene del loro proprio intelletto nelle cose della religione , senza la guida d' altri , é una condizione da cui siamo ancora molto lontani. Ma che ad essi , adesso , sia comunque aperto il campo per lavorare ed emanciparsi verso tale stato , e che gli ostacoli alla diffusione del generale rischiaramento o all' uscita dalla minorità a loro stessi imputabile a poco a poco diminuiscano , di ciò noi abbiamo invece segni evidenti . A tale riguardo quest' età é l' età dell' illuminismo , o il secolo di Federico . Un principe che non crede indegno di sè dire che considera suo dovere non prescrivere nulla agli uomini nelle cose di religione , ma lasciare loro in ciò piena libertà , e che quindi respinge da sè anche il nome orgoglioso della tolleranza, é egli stesso illuminato e merita dal mondo e dalla posterità riconoscenti di esser lodato come colui che per primo emancipò il genere umano dalla minorità , almeno da parte del governo, e lasciò libero ognuno di valersi della sua propria ragione in tutto ciò che é affare di coscienza. Sotto di lui venerandi ecclesiastici , senza pregiudizio del loro dovere d' ufficio, possono liberamente e pubblicamente , in qualità di studiosi , sottoporre all' esame del mondo i loro giudizi e le loro vedute che qua e là deviano dal credo tradizionale ; e tanto più può farlo chiunque non é limitato da un dovere d' ufficio .
[…]
Gli uomini si adoperano da sè per uscire a poco a poco dalla barbarie, purchè non si ricorra ad artificiosi strumenti per mantenerli in essa . Ho posto particolarmente nelle cose di religione il punto culminante del rischiaramento, cioè dall' uscita dell' uomo dallo stato di minorità che egli deve imputare a se stesso; riguardo alle arti e alle scienze, infatti, i nostri reggitori non hanno alcun interesse a esercitare la tutela sopra i loro sudditi . Inoltre la minorità in cose di religione é fra tutte le forme di minorità la più dannosa ed anche la più umiliante . Ma il modo di pensare di un sovrano che favorisce quel tipo di rischiaramento va ancora oltre, poichè egli vede che perfino nei riguardi della legislazione da lui statuita non si corre pericolo a permettere ai sudditi da fare uso pubblico della loro ragione e di esporre pubblicamente al mondo le loro idee sopra un migliore assetto della legislazione stessa, perfino criticando apertamente quella esistente . Abbiamo in ciò un fulgido esempio, e anche in ciò nessun monarca ha superato quello che noi veneriamo . Ma é pur vero che solo chi, illuminato egli stesso, non ha paura delle ombre e contemporaneamente dispone a garanzia della pubblica pace di un esercito numeroso e ben disciplinato, può enunciare ciò che invece una repubblica non può arrischiarsi a dire : ragionate quanto volete e su tutto ciò che volete ; solamente obbedite ! Si rivela qui uno strano inatteso corso delle cose umane ; come del resto anche in altri casi , a considerare questo corso in grande , quasi tutto in esso appare paradossale . Un maggiore grado di libertà civile sembra favorevole alla libertà dello spirito del popolo , epperò pone ad essa limiti invalicabili ; un grado minore di libertà civile , al contrario , offre allo spirito lo spazio per svilupparsi con tutte le sue forze . Se dunque la natura ha sviluppato sotto questo duro involucro il germe di cui essa prende la più tenera cura , cioè la tendenza e vocazione al libero pensiero, questa tendenza e vocazione gradualmente reagisce sul modo di sentire del popolo (per cui questo, a poco a poco, diventa sempre più capace della libertà di agire), e alla fine addirittura sui principi del governo il quale trova che é nel proprio vantaggio trattare l' uomo, che ormai é più che una macchina, in modo conforme alla di lui dignità .
Königsberg in Prussia , 30 settembre 1784

venerdì 10 febbraio 2012

C. Beccaria: "Dei delitti e delle pene" (passi scelti)




Cap.2

DIRITTO DI PUNIRE
Ogni pena che non derivi dall'assoluta necessità, dice il grande Montesquieu, è tirannica; proposizione che si può rendere piú generale cosí: ogni atto di autorità di uomo a uomo che non derivi dall'assoluta necessità è tirannico.
Ecco dunque sopra di che è fondato il diritto del sovrano di punire i delitti: sulla necessità di difendere il deposito della salute pubblica dalle usurpazioni particolari; e tanto piú giuste sono le pene, quanto piú sacra ed inviolabile è la sicurezza, e maggiore la libertà che il sovrano conserva ai sudditi.
Consultiamo il cuore umano e in esso troveremo i principii fondamentali del vero diritto del sovrano di punire i delitti, poiché non è da sperarsi alcun vantaggio durevole dalla politica morale se ella non sia fondata su i sentimenti indelebili dell'uomo.
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Nessun uomo ha fatto il dono gratuito di parte della propria libertà in vista del ben pubblico; questa chimera non esiste che ne' romanzi; se fosse possibile, ciascuno di noi vorrebbe che i patti che legano gli altri, non ci legassero; ogni uomo si fa centro di tutte le combinazioni del globo.
La moltiplicazione del genere umano, piccola per se stessa, ma di troppo superiore ai mezzi che la sterile ed abbandonata natura offriva per soddisfare ai bisogni che sempre piú s'incrocicchiavano tra di loro, riuní i primi selvaggi. Le prime unioni formarono necessariamente le altre per resistere alle prime, e cosí lo stato di guerra trasportossi dall'individuo alle nazioni.
Fu dunque la necessità che costrinse gli uomini a cedere parte della propria libertà: egli è adunque certo che ciascuno non ne vuol mettere nel pubblico deposito che la minima porzion possibile, quella sola che basti a indurre gli altri a difenderlo. L'aggregato di queste minime porzioni possibili forma il diritto di punire; tutto il di piú è abuso e non giustizia, è fatto, ma non già diritto.
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E per giustizia io non intendo altro che il vincolo necessario per tenere uniti gl'interessi particolari, che senz'esso si scioglierebbono nell'antico stato d'insociabilità; tutte le pene che oltrepassano la necessità di conservare questo vincolo sono ingiuste di lor natura. Bisogna guardarsi di non attaccare a questa parola giustizia l'idea di qualche cosa di reale, come di una forza fisica, o di un essere esistente; ella è una semplice maniera di concepire degli uomini, maniera che influisce infinitamente sulla felicità di ciascuno; nemmeno intendo quell'altra sorta di giustizia che è emanata da Dio e che ha i suoi immediati rapporti colle pene e ricompense della vita avvenire.


Cap.3

CONSEGUENZE
La prima conseguenza di questi principii è che le sole leggi possono decretar le pene su i delitti, e quest'autorità non può risedere che presso il legislatore, che rappresenta tutta la società unita per un contratto sociale.
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Ma una pena accresciuta al di là dal limite fissato dalle leggi è la pena giusta piú un'altra pena; dunque non può un magistrato, sotto qualunque pretesto di zelo o di ben pubblico, accrescere la pena stabilita ad un delinquente cittadino.
La seconda conseguenza è che se ogni membro particolare è legato alla società, questa è parimente legata con ogni membro particolare per un contratto che di sua natura obbliga le due parti.
Questa obbligazione, che discende dal trono fino alla capanna, che lega egualmente e il piú grande e il piú miserabile fra gli uomini, non altro significa se non che è interesse di tutti che i patti utili al maggior numero siano osservati. La violazione anche di un solo, comincia ad autorizzare l'anarchia.
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La terza conseguenza è che quando si provasse che l'atrocità delle pene, se non immediatamente opposta al ben pubblico ed al fine medesimo d'impedire i delitti, fosse solamente inutile, anche in questo caso essa sarebbe non solo contraria a quelle virtú benefiche che sono l'effetto d'una ragione illuminata che preferisce il comandare ad uomini felici piú che a una greggia di schiavi, nella quale si faccia una perpetua circolazione di timida crudeltà, ma lo sarebbe alla giustizia ed alla natura del contratto sociale medesimo.


Cap.6

PROPORZIONE FRA I DELITTI E LE PENE
Non solamente è interesse comune che non si commettano delitti, ma che siano piú rari a proporzione del male che arrecano alla società. Dunque piú forti debbono essere gli ostacoli che risospingono gli uomini dai delitti a misura che sono contrari al ben pubblico, ed a misura delle spinte che gli portano ai delitti. Dunque vi deve essere una proporzione fra i delitti e le pene.
È impossibile di prevenire tutti i disordini nell'universal combattimento delle passioni umane. Essi crescono in ragione composta della popolazione e dell'incrocicchiamento degl'interessi particolari che non è possibile dirigere geometricamente alla pubblica utilità. All'esattezza matematica bisogna sostituire nell'aritmetica politica il calcolo delle probabilità. Si getti uno sguardo sulle storie e si vedranno crescere i disordini coi confini degl'imperi, e, scemando nell'istessa proporzione il sentimento nazionale, la spinta verso i delitti cresce in ragione dell'interesse che ciascuno prende ai disordini medesimi: perciò la necessità di aggravare le pene si va per questo motivo sempre piú aumentando.
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Data la necessità della riunione degli uomini, dati i patti, che necessariamente risultano dalla opposizione medesima degl'interessi privati, trovasi una scala di disordini, dei quali il primo grado consiste in quelli che distruggono immediatamente la società, e l'ultimo nella minima ingiustizia possibile fatta ai privati membri di essa.
Tra questi estremi sono comprese tutte le azioni opposte al ben pubblico, che chiamansi delitti, e tutte vanno, per gradi insensibili, decrescendo dal piú sublime al piú infimo.
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Qualunque azione non compresa tra i due sovraccennati limiti non può essere chiamata delitto, o punita come tale, se non da coloro che vi trovano il loro interesse nel cosí chiamarla.
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Chiunque leggerà con occhio filosofico i codici delle nazioni e i loro annali, troverà quasi sempre i nomi di vizio e di virtú, di buon cittadino o di reo cangiarsi colle rivoluzioni dei secoli, non in ragione delle mutazioni che accadono nelle circostanze dei paesi, e per conseguenza sempre conformi all'interesse comune, ma in ragione delle passioni e degli errori che successivamente agitarono i differenti legislatori.
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Cap.12

FINE DELLE PENE
Dalla semplice considerazione delle verità fin qui esposte egli è evidente che il fine delle pene non è di tormentare ed affliggere un essere sensibile, né di disfare un delitto già commesso.
Può egli in un corpo politico, che, ben lungi di agire per passione, è il tranquillo moderatore delle passioni particolari, può egli albergare questa inutile crudeltà stromento del furore e del fanatismo o dei deboli tiranni?
Le strida di un infelice richiamano forse dal tempo che non ritorna le azioni già consumate? Il fine dunque non è altro che d'impedire il reo dal far nuovi danni ai suoi cittadini e di rimuovere gli altri dal farne uguali. Quelle pene dunque e quel metodo d'infliggerle deve esser prescelto che, serbata la proporzione, farà una impressione piú efficace e piú durevole sugli animi degli uomini, e la meno tormentosa sul corpo del reo.


Cap.27

DOLCEZZA DELLE PENE
Ma il corso delle mie idee mi ha trasportato fuori del mio soggetto, al rischiaramento del quale debbo affrettarmi. Uno dei piú gran freni dei delitti non è la crudeltà delle pene, ma l'infallibilità di esse, e per conseguenza la vigilanza dei magistrati, e quella severità di un giudice inesorabile, che, per essere un'utile virtú, dev'essere accompagnata da una dolce legislazione.
La certezza di un castigo, benché moderato, farà sempre una maggiore impressione che non il timore di un altro piú terribile, unito colla speranza dell'impunità; perché i mali, anche minimi, quando son certi, spaventano sempre gli animi umani, e la speranza, dono celeste, che sovente ci tien luogo di tutto, ne allontana sempre l'idea dei maggiori, massimamente quando l'impunità, che l'avarizia e la debolezza spesso accordano, ne aumenti la forza.
L'atrocità stessa della pena fa che si ardisca tanto di piú per ischivarla, quanto è grande il male a cui si va incontro; fa che si commettano piú delitti, per fuggir la pena di un solo.
I paesi e i tempi dei piú atroci supplicii furon sempre quelli delle piú sanguinose ed inumane azioni, poiché il medesimo spirito di ferocia che guidava la mano del legislatore, reggeva quella del parricida e del sicario.
...
A misura che i supplicii diventano piú crudeli, gli animi umani, che come i fluidi si mettono sempre a livello cogli oggetti che gli circondano, s'incalliscono, e la forza sempre viva delle passioni fa che, dopo cent'anni di crudeli supplicii, la ruota spaventi tanto quanto prima la prigionia.
Perché una pena ottenga il suo effetto basta che il male della pena ecceda il bene che nasce dal delitto, e in questo eccesso di male dev'essere calcolata l'infallibilità della pena e la perdita del bene che il delitto produrrebbe.
Tutto il di piú è dunque superfluo e perciò tirannico. Gli uomini si regolano per la ripetuta azione dei mali che conoscono, e non su quelli che ignorano.
Si facciano due nazioni, in una delle quali, nella scala delle pene proporzionata alla scala dei delitti, la pena maggiore sia la schiavitù perpetua, e nell'altra la ruota.
Io dico che la prima avrà tanto timore della sua maggior pena quanto la seconda; e se vi è una ragione di trasportar nella prima le pene maggiori della seconda, l'istessa ragione servirebbe per accrescere le pene di quest'ultima, passando insensibilmente dalla ruota ai tormenti piú lenti e piú studiati, e fino agli ultimi raffinamenti della scienza troppo conosciuta dai tiranni.
Due altre funeste conseguenze derivano dalla crudeltà delle pene, contrarie al fine medesimo di prevenire i delitti. La prima è che non è sí facile il serbare la proporzione essenziale tra il delitto e la pena, perché, quantunque un'industriosa crudeltà ne abbia variate moltissimo le specie, pure non possono oltrepassare quell'ultima forza a cui è limitata l'organizzazione e la sensibilità umana.
Giunto che si sia a questo estremo, non si troverebbe a' delitti piú dannosi e piú atroci pena maggiore corrispondente, come sarebbe d'uopo per prevenirgli.
L'altra conseguenza è che la impunità stessa nasce dall'atrocità dei supplicii.
Gli uomini sono racchiusi fra certi limiti, sí nel bene che nel male, ed uno spettacolo troppo atroce per l'umanità non può essere che un passeggiero furore, ma non mai un sistema costante quali debbono essere le leggi; che se veramente son crudeli, o si cangiano, o l'impunità fatale nasce dalle leggi medesime.
Chi nel leggere le storie non si raccapriccia d'orrore pe' barbari ed inutili tormenti che da uomini, che si chiamavano savi, furono con freddo animo inventati ed eseguiti? Chi può non sentirsi fremere tutta la parte la piú sensibile nel vedere migliaia d'infelici che la miseria, o voluta o tollerata dalle leggi, che hanno sempre favorito i pochi ed oltraggiato i molti, trasse ad un disperato ritorno nel primo stato di natura, o accusati di delitti impossibili e fabbricati dalla timida ignoranza, o rei non d'altro che di esser fedeli ai propri principii, da uomini dotati dei medesimi sensi, e per conseguenza delle medesime passioni, con meditate formalità e con lente torture lacerati, giocondo spettacolo di una fanatica moltitudine?

Cap.28

DELLA PENA DI MORTE
Questa inutile prodigalità di supplicii, che non ha mai resi migliori gli uomini, mi ha spinto ad esaminare se la morte sia veramente utile e giusta in un governo bene organizzato.
Qual può essere il diritto che si attribuiscono gli uomini di trucidare i loro simili? Non certamente quello da cui risulta la sovranità e le leggi. Esse non sono che una somma di minime porzioni della privata libertà di ciascuno; esse rappresentano la volontà generale, che è l'aggregato delle particolari.
Chi è mai colui che abbia voluto lasciare ad altri uomini l'arbitrio di ucciderlo? Come mai nel minimo sacrificio della libertà di ciascuno vi può essere quello del massimo tra tutti i beni, la vita? E se ciò fu fatto, come si accorda un tal principio coll'altro, che l'uomo non è padrone di uccidersi, e doveva esserlo se ha potuto dare altrui questo diritto o alla società intera?
Non è dunque la pena di morte un diritto, mentre ho dimostrato che tale essere non può, ma è una guerra della nazione con un cittadino, perché giudica necessaria o utile la distruzione del suo essere. Ma se dimostrerò non essere la morte né utile né necessaria, avrò vinto la causa dell'umanità.
La morte di un cittadino non può credersi necessaria che per due motivi. Il primo, quando anche privo di libertà egli abbia ancora tali relazioni e tal potenza che interessi la sicurezza della nazione; quando la sua esistenza possa produrre una rivoluzione pericolosa nella forma di governo stabilita. La morte di qualche cittadino divien dunque necessaria quando la nazione ricupera o perde la sua libertà, o nel tempo dell'anarchia, quando i disordini stessi tengon luogo di leggi; ma durante il tranquillo regno delle leggi, in una forma di governo per la quale i voti della nazione siano riuniti, ben munita al di fuori e al di dentro dalla forza e dalla opinione, forse piú efficace della forza medesima, dove il comando non è che presso il vero sovrano, dove le ricchezze comprano piaceri e non autorità, io non veggo necessità alcuna di distruggere un cittadino, se non quando la di lui morte fosse il vero ed unico freno per distogliere gli altri dal commettere delitti, secondo motivo per cui può credersi giusta e necessaria la pena di morte.
Quando la sperienza di tutt'i secoli, nei quali l'ultimo supplicio non ha mai distolti gli uomini determinati dall'offendere la società, quando l'esempio dei cittadini romani, e vent'anni di regno dell'imperatrice Elisabetta di Moscovia, nei quali diede ai padri dei popoli quest'illustre esempio, che equivale almeno a molte conquiste comprate col sangue dei figli della patria, non persuadessero gli uomini, a cui il linguaggio della ragione è sempre sospetto ed efficace quello dell'autorità, basta consultare la natura dell'uomo per sentire la verità della mia assersione.
Non è l'intensione della pena che fa il maggior effetto sull'animo umano, ma l'estensione di essa; perché la nostra sensibilità è piú facilmente e stabilmente mossa da minime ma replicate impressioni che da un forte ma passeggiero movimento. L'impero dell'abitudine è universale sopra ogni essere che sente, e come l'uomo parla e cammina e procacciasi i suoi bisogni col di lei aiuto, cosí l'idee morali non si stampano nella mente che per durevoli ed iterate percosse.
Non è il terribile ma passeggiero spettacolo della morte di uno scellerato, ma il lungo e stentato esempio di un uomo privo di libertà, che, divenuto bestia di servigio, ricompensa colle sue fatiche quella società che ha offesa, che è il freno piú forte contro i delitti. Quell'efficace, perché spessissimo ripetuto ritorno sopra di noi medesimi, io stesso sarò ridotto a cosí lunga e misera condizione se commetterò simili misfatti, è assai piú possente che non l'idea della morte, che gli uomini veggon sempre in una oscura lontananza.
La pena di morte fa un'impressione che colla sua forza non supplisce alla pronta dimenticanza, naturale all'uomo anche nelle cose piú essenziali, ed accelerata dalle passioni. Regola generale: le passioni violenti sorprendono gli uomini, ma non per lungo tempo, e però sono atte a fare quelle rivoluzioni che di uomini comuni ne fanno o dei Persiani o dei Lacedemoni; ma in un libero e tranquillo governo le impressioni debbono essere piú frequenti che forti.
La pena di morte diviene uno spettacolo per la maggior parte e un oggetto di compassione mista di sdegno per alcuni; ambidue questi sentimenti occupano piú l'animo degli spettatori che non il salutare terrore che la legge pretende inspirare. Ma nelle pene moderate e continue il sentimento dominante è l'ultimo perché è il solo.
Il limite che fissar dovrebbe il legislatore al rigore delle pene sembra consistere nel sentimento di compassione, quando comincia a prevalere su di ogni altro nell'animo degli spettatori d'un supplicio piú fatto per essi che per il reo.
Perché una pena sia giusta non deve avere che quei soli gradi d'intensione che bastano a rimuovere gli uomini dai delitti; ora non vi è alcuno che, riflettendovi, scieglier possa la totale e perpetua perdita della propria libertà per quanto avvantaggioso possa essere un delitto: dunque l'intensione della pena di schiavitù perpetua sostituita alla pena di morte ha ciò che basta per rimuovere qualunque animo determinato; aggiungo che ha di piú: moltissimi risguardano la morte con viso tranquillo e fermo, chi per fanatismo, chi per vanità, che quasi sempre accompagna l'uomo al di là dalla tomba, chi per un ultimo e disperato tentativo o di non vivere o di sortir di miseria; ma né il fanatismo né la vanità stanno fra i ceppi o le catene.
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L'animo nostro resiste piú alla violenza ed agli estremi ma passeggieri dolori che al tempo ed all'incessante noia; perché egli può per dir cosí condensar tutto se stesso per un momento per respinger i primi, ma la vigorosa di lui elasticità non basta a resistere alla lunga e ripetuta azione dei secondi. Colla pena di morte ogni esempio che si dà alla nazione suppone un delitto; nella pena di schiavitù perpetua un sol delitto dà moltissimi e durevoli esempi, e se egli è importante che gli uomini veggano spesso il poter delle leggi, le pene di morte non debbono essere molto distanti fra di loro: dunque suppongono la frequenza dei delitti, dunque perché questo supplicio sia utile bisogna che non faccia su gli uomini tutta l'impressione che far dovrebbe, cioè che sia utile e non utile nel medesimo tempo. Chi dicesse che la schiavitù perpetua è dolorosa quanto la morte, e perciò egualmente crudele, io risponderò che sommando tutti i momenti infelici della schiavitù lo sarà forse anche di piú, ma questi sono stesi sopra tutta la vita, e quella esercita tutta la sua forza in un momento; ed è questo il vantaggio della pena di schiavitù, che spaventa piú chi la vede che chi la soffre; perché il primo considera tutta la somma dei momenti infelici, ed il secondo è dall'infelicità del momento presente distratto dalla futura.
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Non è utile la pena di morte per l'esempio di atrocità che dà agli uomini. Se le passioni o la necessità della guerra hanno insegnato a spargere il sangue umano, le leggi moderatrici della condotta degli uomini non dovrebbono aumentare il fiero esempio, tanto piú funesto quanto la morte legale è data con istudio e con formalità.
Parmi un assurdo che le leggi, che sono l'espressione della pubblica volontà, che detestano e puniscono l'omicidio, ne commettono uno esse medesime, e, per allontanare i cittadini dall'assassinio, ordinino un pubblico assassinio.
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Che debbon pensare gli uomini nel vedere i savi magistrati e i gravi sacerdoti della giustizia, che con indifferente tranquillità fanno strascinare con lento apparato un reo alla morte, e mentre un misero spasima nelle ultime angosce, aspettando il colpo fatale, passa il giudice con insensibile freddezza, e fors'anche con segreta compiacenza della propria autorità, a gustare i comodi e i piaceri della vita? Ah!, diranno essi, queste leggi non sono che i pretesti della forza e le meditate e crudeli formalità della giustizia; non sono che un linguaggio di convenzione per immolarci con maggiore sicurezza, come vittime destinate in sacrificio, all'idolo insaziabile del dispotismo. L'assassinio, che ci vien predicato come un terribile misfatto, lo veggiamo pure senza ripugnanza e senza furore adoperato.
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Se mi si opponesse l'esempio di quasi tutt'i secoli e di quasi tutte le nazioni, che hanno data pena di morte ad alcuni delitti, io risponderò che egli si annienta in faccia alla verità, contro della quale non vi ha prescrizione; che la storia degli uomini ci dà l'idea di un immenso pelago di errori, fra i quali poche e confuse, e a grandi intervalli distanti, verità soprannuotano. Gli umani sacrifici furon comuni a quasi tutte le nazioni, e chi oserà scusargli? Che alcune poche società, e per poco tempo solamente, si sieno astenute dal dare la morte, ciò mi è piuttosto favorevole che contrario, perché ciò è conforme alla fortuna delle grandi verità, la durata delle quali non è che un lampo, in paragone della lunga e tenebrosa notte che involge gli uomini.
Non è ancor giunta l'epoca fortunata, in cui la verità, come finora l'errore, appartenga al piú gran numero, e da questa legge universale non ne sono andate esenti fin ora che le sole verità che la Sapienza infinita ha voluto divider dalle altre col rivelarle.
La voce di un filosofo è troppo debole contro i tumulti e le grida di tanti che son guidati dalla cieca consuetudine, ma i pochi saggi che sono sparsi sulla faccia della terra mi faranno eco nell'intimo de' loro cuori; e se la verità potesse, fra gl'infiniti ostacoli che l'allontanano da un monarca, mal grado suo, giungere fino al suo trono, sappia che ella vi arriva co' voti segreti di tutti gli uomini, sappia che tacerà in faccia a lui la sanguinosa fama dei conquistatori e che la giusta posterità gli assegna il primo luogo fra i pacifici trofei dei Titi, degli Antonini e dei Traiani.
Felice l'umanità, se per la prima volta le si dettassero leggi, ora che veggiamo riposti su i troni di Europa monarchi benefici, animatori delle pacifiche virtú, delle scienze, delle arti, padri de' loro popoli, cittadini coronati, l'aumento dell'autorità de' quali forma la felicità de' sudditi perché toglie quell'intermediario dispotismo piú crudele, perché men sicuro, da cui venivano soffogati i voti sempre sinceri del popolo e sempre fausti quando posson giungere al trono! Se essi, dico, lascian sussistere le antiche leggi, ciò nasce dalla difficoltà infinita di togliere dagli errori la venerata ruggine di molti secoli, ciò è un motivo per i cittadini illuminati di desiderare con maggiore ardore il continuo accrescimento della loro autorità.

Cap.41

COME SI PREVENGANO I DELITTI
È meglio prevenire i delitti che punirgli. Questo è il fine principale d'ogni buona legislazione, che è l'arte di condurre gli uomini al massimo di felicità o al minimo d'infelicità possibile, per parlare secondo tutt'i calcoli dei beni e dei mali della vita. Ma i mezzi impiegati fin ora sono per lo più falsi ed opposti al fine proposto. Non è possibile il ridurre la turbolenta attività degli uomini ad un ordine geometrico senza irregolarità e confusione. Come le costanti e semplicissime leggi della natura non impediscono che i pianeti non si turbino nei loro movimenti cosí nelle infinite ed oppostissime attrazioni del piacere e del dolore, non possono impedirsene dalle leggi umane i turbamenti ed il disordine. Eppur questa è la chimera degli uomini limitati, quando abbiano il comando in mano. Il proibire una moltitudine di azioni indifferenti non è prevenire i delitti che ne possono nascere, ma egli è un crearne dei nuovi.
...
Volete prevenire i delitti? Fate che le leggi sian chiare, semplici, e che tutta la forza della nazione sia condensata a difenderle, e nessuna parte di essa sia impiegata a distruggerle. Fate che le leggi favoriscano meno le classi degli uomini che gli uomini stessi. Fate che gli uomini le temano, e temano esse sole.

lunedì 26 dicembre 2011

John Locke: "Lettera sulla tolleranza"

Il pensiero di Locke segna il passaggio dalla visione pessimistica della vita sociale (tipica del pensiero hobbesiano, secondo cui la "guerra di tutti contro tutti" dovuta alle egoistiche passioni umane può essere evitata solo con il severo e capillare uso della forza da parte del sovrano), ad una visione moderatamente ottimistica.
Secondo Locke il sovrano deve astenersi dall'interveniere nelle scelte dei singoli cittadini finchè tali scelte non violino la libertà altrui. Gli uomini sono infatti capaci, entro certi limiti, di regolare autonomamente i propri comportamenti e la loro dignità deve essere rispettata. In questa prospettiva, il sovrano deve anzi preoccuparsi di definire e garantire le libertà fondamentali.
Questo principio vale in modo particolare in campo religioso. Nessuno può pretendere di conoscere con certezza quali comportamenti siano prescritti dalle leggi divine e nessuno può salvare l'anima altrui imponendo questo o quel comportamento. Per di più, osserva Locke, solo la fede spontanea e sincera ha valore e tali caratteristiche non possono essere imposte da un'autorità esterna.
Le scelte religiose, dunque, devono essere autonome, sempre a condizione che non sia violata la libertà delle scelte altrui. Ciascuno deve essere lasciato libero di entrare a far parte di una chiesa o di uscirne. Nessuna regola di tipo religioso può essere inclusa nelle leggi civili.


Il testo che segue, tratto dalla "Lettera sulla tolleranza" è ridotto e adattato a scopo didattico.



Ritengo che lo Stato sia una società di uomini costituita per garantire e promuovere soltanto i beni civili.
Chiamo beni civili la vita, la libertà, la sicurezza del corpo, la sua protezione dal dolore, i possessi delle cose esterne, come la terra, il denaro, le suppellettili ecc.
E' compito del funzionario civile conservare al popolo, preso collettivamente, e a ciascuno, preso singolarmente, la giusta proprietà di queste cose, che riguardano questa vita, con leggi imposte a tutti nello stesso modo.
Se qualcuno volesse violare queste leggi, contravvenendo a ciò che è giusto e lecito, la sua audacia dovrebbe essere frenata dal timore della pena. La pena consiste nella sottrazione o nell'eliminazione di quei beni, di cui altrimenti il colpevole potrebbe e dovrebbe godere. Ma poiché nessuno si punisce spontaneamente privandosi neppure di una parte dei propri beni, tanto meno della libertà o della vita, il magistrato, per colpire con una pena coloro che violano il diritto altrui, è armato con la forza, anzi con tutta la potenza dei suoi sudditi.
La cura delle anime non è affìdata al magistrato civile più che agli altri uomini. Non è affidata da Dio, perché non risulta in nessun luogo che Dio abbia concesso un'autorità di questo genere a uomini su altri uomini, cioè ad alcuni l'autorità di costringere altri ad abbracciare la loro religione. Né gli uomini possono concedere al magistrato un potere di questo genere, poiché nessuno può rinunciare a prendersi cura della propria salvezza eterna, al punto da accettare necessariamente il culto o la fede che un altro, principe o suddito, gli abbia imposto. Infatti nessuno può, anche se volesse, credere poiché gli è stato comandato da un altro; e nella fede consiste la forza e l'effìcacia della religione vera e salutare. Qualunque cosa si professi con le labbra, qualunque culto esterno si pratichi, se non si è convinti nel profondo del cuore che ciò che si professa è vero e che ciò che si pratica piace a Dio, non solo tutto ciò non contribuisce alla salvezza, ma anzi la ostacola, perché a questo modo agli altri peccati, che debbono essere espiati con la pratica della religione, si aggiungono, quasi a coronarli, la simulazione della religione e il disprezzo della divinità.
La cura delle anime non può appartenere al magistrato civile, perché tutto il suo potere consiste nella costrizione. Ma la religione vera e salutare consiste nella fede interna dell'anima, senza la quale nulla ha valore presso Dio. La natura dell'intelligenza umana è tale che non può essere costretta da nessuna forza esterna. Si confischino i beni, si tormenti il corpo con il carcere o la tortura: tutto sarà vano, se con questi supplizi si vuole mutare il giudizio della mente sulle cose.
Altro è persuadere, altro comandare; altro sollecitare con argomentazioni, altro sollecitare con decreti: questi sono propri del potere civile, quelle della benevolenza umana. Ogni mortale ha pieno diritto di ammonire, di esortare, di denunciare gli errori e di condurre gli altri alle proprie idee con ragionamenti; ma spetta ai magistrato comandare con decreti, costringere con la spada. Ecco dunque quello che voglio dire: il potere civile non deve prescrivere articoli di fede o dogmi o modi di culto divino con la legge civile. Infatti la forza delle leggi vien meno, se alle leggi non si aggiungono le pene; ma se si aggiungono le pene, esse in questo caso sono inefficaci e ben poco adatte a persuadere. Se qualcuno vuole accogliere quaiche dogma o praticare qualche culto per salvare la propria anima, deve credere con tutto il suo animo che quel dogma è vero e che il culto sarà gradito e accetto a Dio; ma nessuna pena è in nessun modo in grado di instillare nell'anima una convinzione di questo genere. Occorre luce perché muti una credenza dell'anima; e la luce non può essere data in nessun modo da una pena inflitta al corpo.
La cura della salvezza dell' anima non può in alcun modo spettare al magistrato civile, perché, anche ammesso che l'autorità delle leggi e la forza delle pene sia effìcace nella conversione degli spiriti umani, tuttavia ciò non gioverebbe affatto alla salvezza delle anime.
Ora, vediamo che cosa sia una Chiesa. Mi sembra che una Chiesa sia una libera società di uomini che si riuniscono spontaneamente per onorare pubblicamente Dio nel modo che credono sarà accetto alla divinità, per ottenere la salvezza dell'anima.
Dico che è una società libera e volontaria. Nessuno nasce membro di una Chiesa, altrimenti la religìone dei padri e degli avi perverrebbe a ogni uomo per diritto ereditario, insieme con 1e proprietà, e ciascuno dovrebbe la propria fede ai propri natali: non si può pensare nulla più assurdo di questo.
Le cose pertanto stanno a questo modo. L'uomo, che per natura non è costretto a far parte di alcuna chiesa entra spontaneamente in quella nella quale pensa di aver trovato la vera religione e il culto gradito a Dio. La speranza di salvezza che vi trova, come è l'unica ragione per entrare nella chiesa, così è anche il criterio per rimanervi. Se scoprirà qualcosa di erroneo nella dottrina o di incongruo nel culto, dovrà sempre essergli aperta la possibilità di uscire dalla Chiesa con la stessa libertà con cui vi era entrato.

giovedì 3 febbraio 2011

Cesare Beccaria - René Descartes : A proposito di leggi

Da buon illuminista, e quindi sostenitore della necessità di chiarezza e ragionevolezza nelle decisioni del governante, Cesare Beccaria conduce una decisa battaglia contro l’oscurità e l'incoerenza delle leggi. E' assolutamente necessario che chi ha la responsabilità di guidare la vita sociale faccia riferimento a norme conosciute da tutti e coordinate fra loro. Si devono evitare interpretazioni arbitrarie, che favoriscono gli abusi. Si devono rendere pubblici i giudizi, per non dar adito a sospetti di ingiustizia e tirannide. Deve essere estirpato il sistema delle denunce anonime, pratica che alimenta i riprovevoli istinti della vendetta e del tradimento.

Cesare Beccaria

Uno dei più gran freni dei delitti non è la crudeltà delle pene, ma l'infallibilità di esse, e per conseguenza la vigilanza dei magistrati, e quella severità di un giudice inesorabile, che, per essere un'utile virtù, dev'essere accompagnata da una dolce legislazione. Volete prevenire i delitti? Fate che le leggi sian chiare, semplici, e che tutta la forza della nazione sia condensata a difenderle, e nessuna parte di essa sia impiegata a distruggerle.

Cesare Beccaria Dei delitti e delle pene




Filosofo, giurista, scienziato, René Descartes, italianizzato in Cartesio, vede nell'universo un'immensa macchina, nell'ambito della quale tutti i fenomeni sono coerenti fra loro e possono essere ricondotti a rigorose e semplici leggi naturali. La perfezione del mondo tra origine dalla perfezione divina e la vita sociale deve essere regolata sulla base di quel modello.
René Descartes


Il gran numero delle leggi fornisce spesso scuse per i vizi, tanto che uno Stato è assai meglio ordinato quando, avendone solo pochissime, vi vengono strettamente osservate.

René Descartes Discorso sul metodo

domenica 24 ottobre 2010

Galileo Galilei: "Dialogo sopra i massimi sistemi del mondo" passi scelti


Grandezza e complessità dell'opera divina


SALV. Troppo mi par che ci arroghiamo, signor Simplicio, mentre vogliamo che la sola cura di noi sia l'opera adequata ed il termine oltre al quale la divina sapienza e potenza niuna altra cosa faccia o disponga: ma io non vorrei che noi abbreviassimo tanto la sua mano, ma ci contentassimo di esser certi che Iddio e la natura talmente si occupa al governo delle cose umane, che piú applicar non ci si potrebbe quando altra cura non avesse che la sola del genere umano; il che mi pare con un accomodatissimo e nobilissimo esempio poter dichiarare, preso dall'operazione del lume del Sole, il quale, mentre attrae quei vapori o riscalda quella pianta, gli attrae e la riscalda in modo, come se altro non avesse che fare; anzi nel maturar quel grappolo d'uva, anzi pur quel granello solo, vi si applica che piú efficacemente applicar non vi si potrebbe quando il termine di tutti i suoi affari fusse la sola maturazione di quel grano. Ora, se questo grano riceve dal Sole tutto quello che ricever si può, né gli viene usurpato un minimo che dal produrre il Sole nell'istesso tempo mille e mill'altri effetti, d'invidia o di stoltizia sarebbe da incolpar quel grano, quando e' credesse o chiedesse che nel suo pro solamente si impiegasse l'azione de' raggi solari. Son certo che niente si lascia indietro dalla divina Providenza di quello che si aspetta al governo delle cose umane; ma che non possano essere altre cose nell'universo dependenti dall'infinita sua sapienza, non potrei per me stesso, per quanto mi detta il mio discorso, accomodarmi a crederlo: tuttavia, quando pure il fatto stesse in altra maniera, nessuna renitenza sarebbe in me di credere alle ragioni che da piú alta intelligenza mi venissero addotte. In tanto, quando mi vien detto che sarebbe inutile e vano un immenso spazio intraposto tra gli orbi de i pianeti e la sfera stellata, privo di stelle ed ozioso, come anco superflua tanta immensità, per ricetto delle stelle fisse, che superi ogni nostra apprensione, dico che è temerità voler far giudice il nostro debolissimo discorso delle opere di Dio, e chiamar vano o superfluo tutto quello dell'universo che non serve per noi.


L'importanza delle sensate esperienze



SIMP. Ma quando si lasci Aristotile, chi ne ha da essere scorta nella filosofia? nominate voi qualche autore.
SALV. Ci è bisogno di scorta ne i paesi incogniti e selvaggi, ma ne i luoghi aperti e piani i ciechi solamente hanno bisogno di guida; e chi è tale, è ben che si resti in casa, ma chi ha gli occhi nella fronte e nella mente, di quelli si ha da servire per iscorta. Né perciò dico io che non si deva ascoltare Aristotile, anzi laudo il vederlo e diligentemente studiarlo, e solo biasimo il darsegli in preda in maniera che alla cieca si sottoscriva a ogni suo detto e, senza cercarne altra ragione, si debba avere per decreto inviolabile; il che è un abuso che si tira dietro un altro disordine estremo, ed è che altri non si applica piú a cercar d'intender la forza delle sue dimostrazioni. E qual cosa è piú vergognosa che 'l sentir nelle publiche dispute, mentre si tratta di conclusioni dimostrabili uscir un di traverso con un testo, e bene spesso scritto in ogni altro proposito, e con esso serrar la bocca all'avversario? Ma quando pure voi vogliate continuare in questo modo di studiare, deponete il nome di filosofi, e chiamatevi o istorici o dottori di memoria; ché non conviene che quelli che non filosofano mai, si usurpino l'onorato titolo di filosofo. Ma è ben ritornare a riva, per non entrare in un pelago infinito, del quale in tutt'oggi non si uscirebbe. Però, signor Simplicio, venite pure con le ragioni e con le dimostrazioni, vostre o di Aristotile, e non con testi e nude autorità, perché i discorsi nostri hanno a essere intorno al mondo sensibile, e non sopra un mondo di carta.



Contro l'ottusità degli aristotelici



SALV. Avete voi forse dubbio che quando Aristotile vedesse le novità scoperte in cielo, e' non fusse per mutar opinione e per emendar i suoi libri e per accostarsi alle piú sensate dottrine, discacciando da sé quei cosí poveretti di cervello che troppo pusillanimamente s'inducono a voler sostenere ogni suo detto, senza intendere che quando Aristotile fusse tale quale essi se lo figurano, sarebbe un cervello indocile, una mente ostinata, un animo pieno di barbarie, un voler tirannico, che, reputando tutti gli altri come pecore stolide, volesse che i suoi decreti fussero anteposti a i sensi, alle esperienze, alla natura istessa? Sono i suoi seguaci che hanno data l'autorità ad Aristotile, e non esso che se la sia usurpata o presa; e perché è piú facile il coprirsi sotto lo scudo d'un altro che 'l comparire a faccia aperta, temono né si ardiscono d'allontanarsi un sol passo, e piú tosto che mettere qualche alterazione nel cielo di Aristotile, vogliono impertinentemente negar quelle che veggono nel cielo della natura.
SAGR. Questi tali mi fanno sovvenire di quello scultore, che avendo ridotto un gran pezzo di marmo all'immagine non so se d'un Ercole o di un Giove fulminante, e datogli con mirabile artifizio tanta vivacità e fierezza che moveva spavento a chiunque lo rimirava, esso ancora cominciò ad averne paura, se ben tutto lo spirito e la movenza era opera delle sue mani; e 'l terrore era tale, che piú non si sarebbe ardito di affrontarlo con le subbie e 'l mazzuolo.
SALV. Io mi son piú volte maravigliato come possa esser che questi puntuali mantenitori d'ogni detto d'Aristotile non si accorgano di quanto gran progiudizio e' sieno alla reputazione ed al credito di quello, e quanto, nel volergli accrescere autorità, gliene detraggano; perché, mentre io gli veggo ostinati in voler sostener proposizioni le quali io tocchi con mano esser manifestamente false, ed in volermi persuadere che cosí far convenga al vero filosofo e che cosí farebbe Aristotile medesimo, molto si diminuisce in me l'opinione che egli abbia rettamente filosofato intorno ad altre conclusioni a me piú recondite: ché quando io gli vedessi cedere e mutare opinione per le verità manifeste, io crederei che in quelle dove e' persistessero, potessero avere salde dimostrazioni, da me non intese o sentite.



Contro il principio di autorità



SAGR. Mi trovai un giorno in casa di un medico molto stimato in Venezia, dove alcuni per loro studio, ed altri per curiosità, convenivano tal volta a veder qualche taglio di notomia per mano di uno veramente non men dotto che diligente e pratico notomista. Ed accadde quel giorno, che si andava ricercando l'origine e nascimento de i nervi, sopra di che è famosa controversia tra i medici galenisti ed i peripatetici; e mostrando il notomista come, partendosi dal cervello e passando per la nuca, il grandissimo ceppo de i nervi si andava poi distendendo per la spinale e diramandosi per tutto il corpo, e che solo un filo sottilissimo come il refe arrivava al cuore, voltosi ad un gentil uomo ch'egli conosceva per filosofo peripatetico, e per la presenza del quale egli aveva con estraordinaria diligenza scoperto e mostrato il tutto, gli domandò s'ei restava ben pago e sicuro, l'origine de i nervi venir dal cervello e non dal cuore; al quale il filosofo, doppo essere stato alquanto sopra di sé, rispose: «Voi mi avete fatto veder questa cosa talmente aperta e sensata, che quando il testo d'Aristotile non fusse in contrario, che apertamente dice i nervi nascer dal cuore, bisognerebbe per forza confessarla per vera».
SIMP. Signori, io voglio che voi sappiate che questa disputa dell'origine de i nervi non è miga cosí smaltita e decisa come forse alcuno si persuade.
SAGR. Né sarà mai al sicuro, come si abbiano di simili contradittori; ma questo che voi dite non diminuisce punto la stravaganza della risposta del Peripatetico, il quale contro a cosí sensata esperienza non produsse altre esperienze o ragioni d'Aristotile, ma la sola autorità ed il puro ipse dixit.
SIMP. Aristotile non si è acquistata sí grande autorità se non per la forza delle sue dimostrazioni e della profondità de i suoi discorsi: ma bisogna intenderlo, e non solamente intenderlo, ma aver tanta gran pratica ne' suoi libri, che se ne sia formata un'idea perfettissima, in modo che ogni suo detto vi sia sempre innanzi alla mente; perché e' non ha scritto per il volgo, né si è obligato a infilzare i suoi silogismi col metodo triviale ordinato, anzi, servendosi del perturbato, ha messo talvolta la prova di una proposizione fra testi che par che trattino di ogni altra cosa: e però bisogna aver tutta quella grande idea, e saper combinar questo passo con quello, accozzar questo testo con un altro remotissimo; ch'e' non è dubbio che chi averà questa pratica, saprà cavar da' suoi libri le dimostrazioni di ogni scibile, perché in essi è ogni cosa.
SAGR. Ma, signor Simplicio mio, come l'esser le cose disseminate in qua e in là non vi dà fastidio, e che voi crediate con l'accozzamento e con la combinazione di varie particelle trarne il sugo, questo che voi e gli altri filosofi bravi farete con i testi d'Aristotile, farò io con i versi di Virgilio o di Ovidio, formandone centoni ed esplicando con quelli tutti gli affari de gli uomini e i segreti della natura. Ma che dico io di Virgilio o di altro poeta? io ho un libretto assai piú breve d'Aristotile e d'Ovidio, nel quale si contengono tutte le scienze, e con pochissimo studio altri se ne può formare una perfettissima idea: e questo è l'alfabeto; e non è dubbio che quello che saprà ben accoppiare e ordinare questa e quella vocale con quelle consonanti o con quell'altre, ne caverà le risposte verissime a tutti i dubbi e ne trarrà gli insegnamenti di tutte le scienze e di tutte le arti, in quella maniera appunto che il pittore da i semplici colori diversi, separatamente posti sopra la tavolozza, va, con l'accozzare un poco di questo con un poco di quello e di quell'altro, figurando uomini, piante, fabbriche, uccelli, pesci, ed in somma imitando tutti gli oggetti visibili, senza che su la tavolozza sieno né occhi né penne né squamme né foglie né sassi: anzi pure è necessario che nessuna delle cose da imitarsi, o parte alcuna di quelle, sieno attualmente tra i colori, volendo che con essi si possano rappresentare tutte le cose; ché se vi fussero, verbigrazia, penne, queste non servirebbero per dipignere altro che uccelli o pennacchi.


L'acutezza dell'ingegno umano


SALV. L'intendere si può pigliare in due modi, cioè intensive, o vero extensive: extensive, cioè quanto alla moltitudine degli intelligibili, che sono infiniti, l'intender umano è come nullo, quando bene egli intendesse mille proposizioni, perché mille rispetto all'infinità è come un zero; ma pigliando l'intendere intensive, in quanto cotal termine importa intensivamente, cioè perfettamente, alcuna proposizione, dico che l'intelletto umano ne intende alcune perfettamente, e ne ha assoluta certezza; e tali sono le scienze matematiche pure, cioè la geometria e l'aritmetica, delle quali l'intelletto divino ne sa bene infinite proposizioni di piú, perché le sa tutte, ma di quelle poche intese dall'intelletto umano credo che la cognizione agguagli la divina nella certezza obiettiva, poiché arriva a comprenderne la necessità, sopra la quale non par che possa esser sicurezza maggiore.
SIMP. Questo mi pare un parlar molto resoluto ed ardito.
SALV. Queste son proposizioni comuni e lontane da ogni ombra di temerità o d'ardire e che punto non detraggono di maestà alla divina sapienza, sí come niente diminuisce la Sua onnipotenza il dire che Iddio non può fare che il fatto non sia fatto. Ma dubito, signor Simplicio, che voi pigliate ombra per esser state ricevute da voi le mie parole con qualche equivocazione. Però, per meglio dichiararmi, dico che quanto alla verità di che ci danno cognizione le dimostrazioni matematiche, ella è l'istessa che conosce la sapienza divina; ma vi concederò bene che il modo col quale Iddio conosce le infinite proposizioni, delle quali noi conosciamo alcune poche, è sommamente piú eccellente del nostro, il quale procede con discorsi e con passaggi di conclusione in conclusione, dove il Suo è di un semplice intuito: e dove noi, per esempio, per guadagnar la scienza d'alcune passioni del cerchio, che ne ha infinite, cominciando da una delle piú semplici e quella pigliando per sua definizione, passiamo con discorso ad un'altra, e da questa alla terza, e poi alla quarta, etc., l'intelletto divino con la semplice apprensione della sua essenza comprende, senza temporaneo discorso, tutta la infinità di quelle passioni; le quali anco poi in effetto virtualmente si comprendono nelle definizioni di tutte le cose, e che poi finalmente, per esser infinite, forse sono una sola nell'essenza loro e nella mente divina. Il che né anco all'intelletto umano è del tutto incognito, ma ben da profonda e densa caligine adombrato, la qual viene in parte assottigliata e chiarificata quando ci siamo fatti padroni di alcune conclusioni fermamente dimostrate e tanto speditamente possedute da noi, che tra esse possiamo velocemente trascorrere. Or questi passaggi, che l'intelletto nostro fa con tempo e con moto di passo in passo, l'intelletto divino, a guisa di luce, trascorre in un instante, che è l'istesso che dire, gli ha sempre tutti presenti. Concludo per tanto, l'intender nostro, e quanto al modo e quanto alla moltitudine delle cose intese, esser d'infinito intervallo superato dal divino; ma non però l'avvilisco tanto, ch'io lo reputi assolutamente nullo; anzi, quando io vo considerando quante e quanto maravigliose cose hanno intese investigate ed operate gli uomini, pur troppo chiaramente conosco io ed intendo, esser la mente umana opera di Dio, e delle piú eccellenti.
SAGR. Io son molte volte andato meco medesimo considerando, in proposito di questo che di presente dite, quanto grande sia l'acutezza dell'ingegno umano; e mentre io discorro per tante e tanto maravigliose invenzioni trovate da gli uomini, sí nelle arti come nelle lettere, e poi fo reflessione sopra il saper mio, tanto lontano dal potersi promettere non solo di ritrovarne alcuna di nuovo, ma anco di apprendere delle già ritrovate, confuso dallo stupore ed afflitto dalla disperazione, mi reputo poco meno che infelice. S'io guardo alcuna statua delle eccellenti, dico a me medesimo: "E quando sapresti levare il soverchio da un pezzo di marmo, e scoprire sí bella figura che vi era nascosa? quando mescolare e distendere sopra una tela o parete colori diversi, e con essi rappresentare tutti gli oggetti visibili, come un Michelagnolo, un Raffaello, un Tiziano?" S'io guardo quel che hanno ritrovato gli uomini nel compartir gl'intervalli musici, nello stabilir precetti e regole per potergli maneggiar con diletto mirabile dell'udito, quando potrò io finir di stupire? Che dirò de i tanti e sí diversi strumenti? La lettura de i poeti eccellenti di qual meraviglia riempie chi attentamente considera l'invenzion de' concetti e la spiegatura loro? Che diremo dell'architettura? che dell'arte navigatoria? Ma sopra tutte le invenzioni stupende, qual eminenza di mente fu quella di colui che s'immaginò di trovar modo di comunicare i suoi piú reconditi pensieri a qualsivoglia altra persona, benché distante per lunghissimo intervallo di luogo e di tempo? parlare con quelli che son nell'Indie, parlare a quelli che non sono ancora nati né saranno se non di qua a mille e dieci mila anni? e con qual facilità? con i vari accozzamenti di venti caratteruzzi sopra una carta. Sia questo il sigillo di tutte le ammirande invenzioni umane, e la chiusa de' nostri ragionamenti di questo giorno: ed essendo passate le ore piú calde, il signor Salviati penso io che avrà gusto di andare a godere de i nostri freschi in barca; e domani vi starò attendendo amendue per continuare i discorsi cominciati, etc.


Diffalcare gli impedimenti della materia 

SALV. Adunque, tuttavolta che in concreto voi applicate una sfera materiale a un piano materiale, voi applicate una sfera non perfetta a un piano non perfetto; e questi dite che non si toccano in un solo punto. Ma io vi dico che anco in astratto una sfera immateriale, che non sia sfera perfetta, può toccare un piano immateriale, che non sia piano perfetto, non in un punto, ma con parte della sua superficie; talché sin qui quello che accade in concreto, accade nell'istesso modo in astratto: e sarebbe ben nuova cosa che i computi e le ragioni fatte in numeri astratti, non rispondessero poi alle monete d'oro e d'argento e alle mercanzie in concreto. Ma sapete, signor Simplicio, quel che accade? Sí come a voler che i calcoli tornino sopra i zuccheri, le sete e le lane, bisogna che il computista faccia le sue tare di casse, invoglie ed altre bagaglie, cosí, quando il filosofo geometra vuol riconoscere in concreto gli effetti dimostrati in astratto, bisogna che difalchi gli impedimenti della materia; che se ciò saprà fare, io vi assicuro che le cose si riscontreranno non meno aggiustatamente che i computi aritmetici. Gli errori dunque non consistono né nell'astratto né nel concreto, né nella geometria o nella fisica, ma nel calcolatore, che non sa fare i conti giusti.

 

sabato 23 ottobre 2010

A proposito di massimi sistemi (testo teatrale)



Il rapporto degli uomini rinascimentali con la natura
La lotta contro il principio di autorità


GALILEO:
Le città sono piccole, le teste altrettanto. E sono piene di superstizioni.
Ma ora noi diciamo: visto che è così, così non deve rimanere.
Poiché ogni cosa si muove.
Mi piace pensare che tutto sia cominciato dalle navi. Sempre, a memoria d’uomo, le navi avevano strisciato lungo le coste, ma a un tratto se ne allontanarono e iniziarono a solcare i mari. Allora si sparse una voce: esistono nuovi continenti. E da quando le nostre navi vi approdano, i continenti ridendo dicono: il grande e temuto mare non è che un po’ d’acqua. E’ nata una gran voglia di investigare le cause prime di tutto. Ogni giorno si trova qualcosa di nuovo. Perfino i centenari si fanno gridare all’orecchio dai giovani le ultime scoperte.
Molto è già stato trovato, ma ancora di più è quel che resta da scoprire.
Per duemila anni l’umanità ha creduto che il sole e tutte le costellazioni celesti le girassero attorno. Papa e cardinali, principi e scienziati, condottieri e mercanti, pescivendole e scolaretti hanno creduto di stare immobili dentro una sfera di cristallo. Ma ora ne stiamo uscendo, e sarà un grande viaggio.
A Siena, quand’ero giovane, vidi una volta dei muratori discutere per alcuni minuti intorno al modo di spostare dei blocchi di granito. Alla fine, decisero di abbandonare un metodo vecchio di mille anni per adottare una nuova disposizione di funi, più efficace.
In quel momento capii che l’evo antico era finito e cominciava una nuova era.
Presto l’umanità avrà idee chiare sul luogo in cui vive. Non le basta più quello che sta scritto nei libri antichi.
Dove per tanti secoli ha dominato le fede, ora domina il dubbio. Tutti dicono: d’accordo, sta scritto nei libri, ma adesso lasciate un po’ che vediamo noi stessi.
Presto sulle piazze dei mercati si discuterà di astronomia. Anche i figli delle pescivendole andranno a scuola. E agli abitanti delle nostre città, assetati di cose nuove, piacerà una nuova astronomia che faccia muovere anche la terra.
Si è sempre detto che le costellazioni sono fissate a una volta di cristallo, in modo che non possano cadere. Ma adesso abbiamo preso coraggio e lasciamo che si muovano nelle vastità, senza aggancio; e sono tutte impegnate in lunghi viaggi come le nostre navi. E la terra allegramente ruota intorno al sole, e insieme a lei ruotano pescivendole, mercanti, principi e cardinali. E anche il papa.
Ma lunga e difficile è la strada che dovremo percorrere per arrivare ad essere convinti di tutto ciò. Fino ad ora l’autorità degli antichi pensatori, e di Aristotele in primo luogo, è rimasta immutata e intangibile. Sono passati venti secoli, ma nessuno osa modificare una virgola di quei testi.
Essi sono rassicuranti, come le favole che i nonni ci raccontavano quando eravamo bambini. Per nulla al mondo avremmo accettato che una sola parola di quelle favole venisse modificata.
Aristotele ha detto, e se lo ha detto lui nessuno osa opporsi.
Sentite che cosa capitò un giorno in casa di un medico molto stimato in Venezia, dove alcuni per loro studio, ed altri per curiosità, si riunivano talvolta a veder qualche ricerca di anatomia condotta da un dotto, diligente e pratico anatomista. Accadde, quel giorno, che si andava cercando l'origine dei nervi, argomento su cui vi è una famosa controversia tra i medici galenisti ed gli aristotelici; sappiamo infatti che i primi ritengono che i nervi traggano la loro origine dal cervello, mentre i secondi, sulla scorta dei testi di Aristotele, hanno sempre sostenuto che i nervi derivino tutti quanti dal cuore.

ANATOMISTA:
Tutti potete vedere come, partendosi dal cervello e passando per la nuca, il grandissimo ceppo dei nervi si va poi distendendo per la spinale e si dirama per tutto il corpo, e che solo un filo sottilissimo arriva al cuore. Sono contento che voi, che siete un grande filosofo aristotelico, possiate constatare, dopo aver con grande attenzione scoperto ed esaminato il tutto, che le cose stanno in modo molto diverso rispetto a quel che affermava Aristotele. Che ne dite?

ARISTOTELICO
Voi mi avete fatto veder questa cosa talmente aperta e sensata, che quando il testo d'Aristotele non fosse in contrario, che chiaramente dice i nervi nascere dal cuore, bisognerebbe per forza ammetterla per vera. Ma è evidente che tutti stiamo sbagliando, visto che i grandi filosofi non possono dire cose false, mentre i nostri occhi ben possono ingannarci.

ANATOMISTA:
Contro a una così sensata esperienza, dunque, voi non producete altre esperienze o ragioni, ma la sola autorità ed il puro ipse dixit. Questo è esattamente il vostro costume: non vi confrontate con la realtà, così come la possiamo indagare attraverso l’uso dei sensi e della ragione, ma vi rifate sempre e solo alle affermazioni del vostro antico maestro, anche quando queste sono palesemente assurde.

GALILEO:
E quando non riescono a trovare nei testi di Aristotele la risposta a qualche loro domanda, sentite quale scelta adottano, sentitelo per bocca di Simplicio, uno dei più cocciuti seguaci della antica scuola.

SIMPLICIO:
Aristotele non si è acquistata così grande autorità se non grazie alla profondità dei suoi discorsi: ma bisogna intenderlo, e non solamente intenderlo, ma aver così gran pratica dei suoi libri, che se ne sia formata un'idea perfettissima, in modo che ogni suo detto vi sia sempre innanzi alla mente; perché egli non ha scritto per il popolo, né si è obbligato a mettere in ordine i suoi ragionamenti col metodo ordinato, anzi, servendosi del perturbato, ha messo talvolta la prova di una affermazione fra testi che par che trattino di ogni altra cosa: e perciò bisogna aver una grande conoscenza delle sue parole, e saper combinar questo passo con quello, combinare questo testo con un altro remotissimo; è non c’è dubbio che chi avrà questa abilità, saprà ricavare dai suoi libri le dimostrazioni di ogni scibile, perché in essi è ogni cosa.

GALILEO:
E’ chiaro ed evidente che questo metodo sostenuto da Simplicio io lo potrei usare con i versi di Virgilio o di Ovidio, formandone miscugli e spiegando con quelli tutti gli affari degli uomini e i segreti della natura. Ma che dico io di Virgilio o di altro poeta? Esiste un libretto assai più breve d'Aristotele e d'Ovidio, nel quale si contengono tutte le scienze, e con pochissima fatica chiunque se ne può formare una perfettissima idea: e questo è l'alfabeto; e non è dubbio che colui che saprà ben accoppiare e ordinare questa e quella vocale con quelle consonanti o con quell'altre, ne caverà le risposte verissime a tutti i dubbi e ne trarrà gli insegnamenti di tutte le scienze e di tutte le arti.
E’ pur vero che bisogna distinguere fra Aristotele e i suoi seguaci: con il trascorrere dei secoli, filosofi e teologi hanno fatto di Aristotele una sorta di idolo, al di là e al di sopra del volere stesso di Aristotele.
Sentiamo un po’ che cosa ne dicono i miei amici Salviati e Sagredo.

SALVIATI:
Non dubito che quando Aristotele vedesse le novità scoperte in cielo, sarebbe disposto a mutar opinione e correggere i suoi libri e accostarsi alle più sensate dottrine, scacciando da sé quei suoi seguaci così poveri di cervello che troppo paurosamente si ostinano a voler sostenere ogni suo detto, senza capire che quando Aristotele fosse tale quale essi se lo figurano, sarebbe un cervello indocile, una mente ostinata, un animo pieno di barbarie. Sono i suoi seguaci che hanno data l'autorità ad Aristotele, e non esso che se la sia usurpata o presa; e perché è più facile coprirsi sotto lo scudo d'un altro che comparire a faccia aperta, hanno paura e non osano allontanarsi un sol passo, e piuttosto che mettere qualche alterazione nel cielo di Aristotele, vogliono testardamente negare quelle che vedono nel cielo della natura.

SAGREDO:
Questi tali mi fanno sovvenire di quello scultore, che avendo ridotto un gran pezzo di marmo all'immagine non so se d'un Ercole o di un Giove fulminante, e avendogli dato con mirabile artificio tanta vivacità e fierezza che moveva spavento a chiunque lo rimirava, anche egli cominciò ad averne paura, sebbene tutto lo spirito della statua fosse opera delle sue mani; e il terrore era tale, che più non si avrebbe ardito di affrontare la statua che lui stesso aveva creata.

SIMPLICIO:
Vorrei farvi una domanda: quando si lasci Aristotele, chi potrà accompagnarci e farci da scorta nell’esplorare la filosofia? Nominate voi qualche autore!

SALVIATI:
C’è bisogno di scorta nei paesi incogniti e selvaggi, ma nei luoghi aperti e piani i ciechi solamente hanno bisogno di guida; e chi è tale, è ben che si resti in casa, ma chi ha gli occhi nella fronte e nella mente, di quelli si ha da servire per scorta.
Io non dico che non si debba ascoltare Aristotele, anzi lodo il vederlo e diligentemente studiarlo, e solo biasimo che alla cieca si sottoscriva ogni suo detto e, senza cercarne altra ragione, lo si debba avere per decreto inviolabile. E qual cosa è più vergognosa che il sentir nelle pubbliche dispute, mentre si tratta di conclusioni dimostrabili, intervenire qualcuno con un testo, spesso scritto in ogni altro proposito, e con esso serrar la bocca all'avversario?

GALILEO.
Ma quando pure essi vogliano continuare in questo modo di studiare, depongano il nome di filosofi, e si chiamino storici o dottori di memoria. Non è giusto infatti, che quelli che non filosofano mai usurpino l'onorato titolo di filosofo. Ma è ben ritornare a riva, per non entrare in una discussione infinita, dalla quale in tutt'oggi non si uscirebbe.



Il posto dell’uomo nell’universo



CARDINALE:
A quanto mi si dice, questo signor Galilei toglie l’uomo dal centro dell’universo per confinarlo in un punto imprecisato ai margini di esso. E’ chiaro che il signor Galilei è un nemico del genere umano e va trattato di conseguenza!
Anche i bambini sanno che l’uomo è la gemma del creato, la prediletta creatura di Dio.
Possiamo credere che Dio abbia voluto affidare il suo capolavoro ad un piccolo corpo celeste situato in periferia? Che abbia inviato in un simile luogo il suo unico Figlio? Esistono cervelli pervertiti a tal punto da prestare fede alle parole di questo schiavo della tavola pitagorica? Quale creatura di Dio può tollerare una tale offesa?

MONACO:
Mi raccomando, eminenza, non arrabbiatevi troppo, sapete che il medico ve lo ha sconsigliato... E’ vero, Galilei vuole degradare la terra. Egli par dimenticare che questo è il mondo su cui è nato, su cui ha imparato a camminare, a pregare, a ringraziare Iddio e a sottomettersi ai suoi voleri. Ma non vi tormentate, le sue affermazioni saranno presto dimenticate da tutti e il luminoso insegnamento della nostra santa chiesa continuerà a brillare come unica guida per i dotti come per i popolani.

CARDINALE (furibondo):
Bisogna fermarlo, prima che la sua follia si diffonda. Io non sono un essere qualunque su una stelluccia qualunque che rotola qua e là. Io cammino a passo saldo sulla solida terra, e la terra è immobile ed è il centro di tutte le cose, e io sto al centro dell’universo e l’occhio di Dio sta sopra di me. Intorno a me ruotano le stelle e la grande luce del sole, creata per l’uomo e per ciò che lo circonda. E’ chiaro e indiscutibile che tutto è al servizio dell’uomo, la più sublime fatica di Dio, l’essere centrale che Dio creò a sua immagine e somiglianza, imperitura e....

MONACO:
Eminenza, eminenza! Ecco lo sapevo, non bisognava farlo arrabbiare, oh poveri noi, adesso come facciamo, presto chiamate un medico...

GIOVANE MONACO:
Sono cresciuto nell’Agro Romano, figlio di contadini. Gente semplice, che sa tutto della coltivazione dell’ulivo, ma del resto ben poco. Li ho sempre davanti agli occhi , seduti sulla pietra del focolare mentre consumano la loro misera cena. Sopra le loro teste vedo le travi del soffitto, annerite da secoli di fumo, e vedo le loro mani screpolate e indurite dal lavoro che reggono un vecchio cucchiaio. Non vivono bene, ma perfino nelle loro disgrazie vedo un senso misterioso, un ordine nascosto. Scadenze cicliche: le bestie da nutrire, le piante da potare, le decime da pagare. Le sventure piovono loro addosso con regolarità. La schiena di mio padre si è incurvata lentamente, un poco di più ogni primavera, con i lavori dei campi. Così come i parti, succedendosi a intervalli regolari, hanno fatto di mia madre una creatura senza sesso. Lo spettacolo degli alberi che rinverdiscono ogni anno, la vista del campicello e della chiesetta. la spiegazione del Vangelo che ascoltano la domenica, tutto infonde in loro un senso di continuità, di necessità. Da questo traggono la forza necessaria per risalire, sudati e ansimanti, i sentieri pietrosi con le gerle colme sul dorso, per fare figli, per mangiare perfino. Infinite volte si sono sentiti ripetere che per loro è stato costruito il grande teatro del mondo affinché vi facciano buona prova recitando ciascuno la grande o piccola parte che gli è stata assegnata. Come la prenderebbero, ora, se dicessi loro che vivono su un frammento di roccia che rotola ininterrottamente attraverso lo spazio vuoto e gira intorno a un astro, uno fra tanti e neanche tanto importante? A che cosa potrebbe servire la sacra scrittura, che dimostra la necessità del sudore, della pazienza, della fame, se scoprissero che è piena di errori? Vedo i loro sguardi velarsi di sgomento, e il cucchiaio cadere sulla pietra del focolare; vedo che si sentono traditi, ingannati. Dunque - dicono - nessuno si cura di noi. Siamo noi che dobbiamo provvedere a noi stessi, vecchi, poveri, ignoranti come siamo? Dunque la nostra miseria non ha alcun senso, il sopportare la fatica e la fame non è un merito? Capite adesso perché nel decreto del sant’uffizio ho scorto una grande misericordia materna, una grande sollecitudine per i problemi dei miseri?

GALILEO:
Misericordia materna. Bontà d’animo. Certo, sappiamo benissimo che se i vecchi, i poveri, i malati, gli affamati si convincono che la loro condizione è voluta da Dio, quindi giusta, la sopportano senza lamentarsi, e soprattutto senza ribellarsi. ma la scienza non è fatta per assicurare l’immobilità nei rapporti fra i sovrani e i sudditi, la scienza è fatta per rivelare quali leggi naturali stanno alla base dei fenomeni.

GIOVANE MONACO:
E voi vi illudete che la vostra scienza possa rivelare il significato di tutto ciò che accade?

GALILEO:
Certamente no.
Io non ho mai pensato che la scienza possa aprire le porte all’infinito sapere, ma che almeno le possa chiudere all’infinita ignoranza.

GIOVANE MONACO:
Mettendosi in concorrenza con la teologia, o addirittura sostituendosi a essa?

GALILEO:
No, non abbiate paura. Io credo che teologia e scienza possano tranquillamente convivere.
La prima ci parla di Dio attraverso le parole della rivelazione, la seconda ci parla della natura attraverso il linguaggio delle osservazioni, delle misurazioni e dei calcoli matematici.



L’impossibilità di accettare il cambiamento



CARDINALE:
No, no, no e poi no! La tavola pitagorica non sostituirà mai l’insegnamento della Chiesa, l’unica capace di parlare contemporaneamente ai cuori e alla menti, l’unica capace di mettere in guardia gli uomini dagli agguati del maligno, dai pericoli dal peccato originale che si annida nelle anime.
Tutto diviene possibile quando ci si sottrae alla tutela attenta della Chiesa: ogni assurdità, ogni insensatezza, ogni nequizia. Quando alla fede umile e obbediente si sostituisce la presunzione della ragione, che crede di poter decidere tutto, di poter esprimere il proprio giudizio su ogni problema, le vie dell’errore sono tutte aperte.
Si può forse fondare la comunità dei fedeli sul calcolo di orbite? Si può distinguere il bene dal male osservando gli immaginari monti della luna? Si può trovare stimolo alla virtù della modestia, enumerando gli altrettanto immaginari satelliti di Giove?
E non dimentichiamo, signor Galilei, che voi avete messo in ridicolo la Chiesa alla quale dite di voler appartenere scrivendo un libro in cui le convinzioni dei grandi pensatori su cui per secoli ci siamo fondati sono descritte da un personaggio sciocco e ridicolo, mentre le posizioni dell’eretico Copernico sono messe in bocca ad un personaggio acuto e intelligente. Vi illudete forse che non ce ne siamo accorti?
Attenzione Galilei, fate molta attenzione: la nostra santa Chiesa è una madre amorosa ma proprio perché amorosa è giustamente severa: si preoccupa della sorte dei suoi amati figli più di quanto se ne preoccupino essi stessi.

GALILEO:
Io credo, eminenza, che sempre si debbano tener distinti i due campi sui quali si esercita il nostro sapere: la scienza non può e non deve invadere il campo delle Sacre Scritture, che ci insegnano e ci ammoniscono su come salvare la nostra anima. Ma è giusto che la scienza stessa sia libera di profferire giudizi sulle leggi di natura che governano il creato secondo i divini intendimenti. Queste leggi sono scritte in caratteri matematici e attraverso la matematica possono essere intese. Nelle dispute sui problemi naturali l’unica autorità alla quale si possa far riferimento è quella delle sensate esperienze e delle dimostrazioni necessarie. Le sensate esperienze derivano dall’utilizzare i sensi che Dio ci ha dato affinché possiamo muoverci nel mondo. Le dimostrazioni necessarie utilizzano l’armonia e la perfezione dei teoremi matematici, che in numeri traducono la bellezza e l’armonia del mondo che Dio ha dato all’uomo come teatro nel quale esercitare la propria intelligenza.

CARDINALE:
Superbia, ecco la vostra colpa. La superbia porta a dubitare, e il dubitare porta al peccato. Voi non sentite più il bisogno di Dio e con le vostre macchine che scrutano il cielo credete di acquistare la facoltà di far miracoli. Di superbia si è macchiato l’eretico Lutero, che ha creduto di poter trovare la via della salvazione facendo a meno della Chiesa. Di superbia si è macchiato il monaco Giordano Bruno, che ha creduto di poter riscrivere a suo piacimento i sacri testi. Attenzione Galilei, fate molta attenzione: la nostra santa Chiesa è una madre amorosa ma proprio perché amorosa è giustamente severa.


La condanna


LA SENTENZA DEL SANTO OFFIZIO
Diciamo, pronunziamo, sentenziamo e dichiariamo che tu, Galileo, per le cose dedotte in processo e da confessate, ti sei reso a questo Santo Offizio veementemente sospetto di eresia, cioè d’aver tenuto e creduto dottrina falsa e contraria alle Sacre e Divine Scritture, ch’il Sole sia il centro del mondo e che non si muova da oriente a occidente, e che la Terra si muova e non sia il centro del mondo, e che si possa tener e difendere per probabile un’opinione dopo esser stata dichiarata e diffinita per contraria alla Sacra Scrittura; e conseguentemente sei incorso in tutte le censure e pene dai sacri canoni e altre constituzioni generali e particolari contro simili delinquenti imposte e promulgate. Dalle quali siamo contenti sii assoluto pur che prima, con cuor sincero e fede non finta, avanti di noi abiuri, maledichi e detesti li suddetti errori e eresie, e qualunque altro errore e eresia contraria alla Cattolica e Apostolica Chiesa, nel modo e forma che da noi ti sarà data.


L'ABIURA DI GALILEO
Volendo io levar dalla mente delle Eminenze Vostre e di ogni fedel Cristiano questa veemente sospizione, giustamente di me concepita, con cuor sincero e fede non finta abiuro, maledico e detesto li suddetti errori e eresie, e generalmente ogni e qualunque altro errore, eresia e setta contraria alla Santa Chiesa; e giuro che per l’avvenire non dirò mai più né asserirò, in voce o in scritto, cose tali per le quali si possa aver di me simil sospizione; ma se conoscerò alcun eretico o che sia sospetto d’eresia lo denonzierò a questo Santo Offizio, o vero all’Inquisitore o Ordinario del luogo dove mi trovarò.



(Questo lavoro è il frutto della libera elaborazione di testi tratti dal "Dialogo sopra i massimi sistemi del mondo" di Galileo Galilei - disponibile online presso www.liberliber.it - e da "Vita di Galileo" di Bertolt Brecht, trad. di Emilio Castellani, ed. Einaudi, Torino, 1994)

lunedì 11 ottobre 2010

Victor Hugo: Di chi la colpa?

Nella raccolta L'année terrible Victor Hugo (1802-18885) ha inserito la riflessione che riportiamo qui in parte.


Di chi la colpa?


Tu hai incendiato la biblioteca?

Si, le ho dato fuoco.

Ma è un delitto inaudito! Commesso da te contro te stesso, pazzo!
Hai ucciso la luce della tua anima! Hai spento la tua propria fiaccola!
Ciò che la tua rabbia empia e folle osa bruciare, è la tua ricchezza, il tuo tesoro, la tua dote, la tua eredità!
Una biblioteca è un atto di fede delle generazioni immerse nelle tenebre che nella notte testimoniano l’aurora.
Fra Molière, Voltaire e Kant, in mezzo alla ragione, tu getti, miserabile, una torcia infiammata!
Apri un libro: Platone, Milton, Beccaria; leggi questi profeti: Dante, Shakespeare, Corneille;
La loro anima immensa si sveglia in te; abbagliato, tu ti trasformi in essi;
Leggendo, tu diventi saggio, pensieroso e dolce; senti nel tuo spirito crescere questi grandi uomini.
Il libro entra nel tuo pensiero e scioglie i legami che uniscono errore e verità.
Esso è il tuo medico, la tua guida, il tuo difensore: ecco ciò che tu perdi, e per tua colpa! Il libro è la tua ricchezza!
E’ il sapere, il diritto, la verità, la virtù, il dovere, il progresso, la ragione che dissipa il delirio. E tu, tu lo distruggi!

Non so leggere.